giovedì 3 ottobre 2002

LA PRIMA VOLTA CHE HO COMBATTUTO PER IL TRICOLORE

no, non avete sbagliato blog. E' proprio I Don't Care! blogzine. Il link ha funzionato bene, il pulsante nella colonna "preferiti" che avete schiacciato è quello giusto, nella stringa dell'indirizzo avete scritto bene il nome (pure con quel cazzo di punto esclamativo).
Io rimango sempre più o meno punk e anarchico, e al tricolore continuo a pisciarci sopra, come alla bandiera padana se qualcuno se lo chiedesse, come a tutte le bandiere.
Stiamo per fare un grosso salto temporale. Poco più di 20 anni.
E' il 1982. Io avevo 15 anni e da uno o due anni avevo scoperto il punk rock, preso i miei primi dischi (Sex Pistols, Clash, Ramones, Stranglers, Devo, ecc.) e le prime spillette. Avevo il mio primo paio di anfibi: mica i Martins, ma anfibi militari regalatemi da un cugino tornato dai 12 mesi di najademmerda, scomodi, pesanti, per nulla anfibi (nel senso che in una pozzanghera si infracicavano come spugne), di soldi per andare da Fiorucci non ne avevo, per cui mi arrangiavo in casa in qualche modo.
L'unica cosa che capivo era che quella musica, per me, aveva un energia tremenda, che faceva scomparire nel nulla la roba che ascoltavo tra la fine anni '70 e i primi '80, dai Led Zeppelin a Guccini, da Alberto Camerini ai Village People, e pure a tutto l'hard rock e metal che ascoltavo in quel periodo, Deep Purple, Saxon, Iron Maiden, Scorpions, Ac/Dc, Kiss, Accept, Hanoi Rocks.
Naturalmente solo uno reggeva il confronto: Motorhead.
Dal 1981, l'anno in cui ripetevo il primo anno di liceo, la mia vita fu salvata (o fottuta, dipende dai punti di vista) da God save the queen, White riot, Sheena is a punk rocker, New Rose e tutto il resto.
Ma torniamo al 1982. E' estate. Mio padre, convinto da parenti e amici che i giovani devono sapere un'altra lingua e che l'inglese è indispensabile, fece il sacrificio e mandò me e mio fratello in vacanza-studio in Inghilterra.
Naturalmente, a 15 anni dell'importanza dell'inglese te ne fotti. Io ero li per andare a Carnaby Street a comprarmi le spillette di Sid Vicious. Per andare dove c'era il negozio di Malcom Mc Laren. Per andare al 101 club o al Roxy a vedere i concerti (pochi mesi prima non ero riuscito a entrare al Rolling Stone per il concerto dei Ramones - no soldi - e mi rodeva ancora il culo), per respirare l'aria della capitale mondiale del punk.
Naturalmente mi mandarono a Cambridge, probabilmente una ridente cittadina universitaria, ma che a me sembrava un fottuto paesotto del cazzo con gli inglesi più sfigati del mondo.
Era una comitiva di trenta 14/15enni italiani con gli ormoni in subbuglio, più interessati a fare i coglioni con le ragazze che a vedere il London Bridge o il Big Ben, ma il programma prevedeva due gite a Londra.
Di tutto quello che volevo fare mi riuscì solo di andare in Carnaby Street, sotto l'occhio vigile dei responsabili, e comprarmi un tot di spillette: Sid Vicious, Sex Pistols, Sid e Nancy, Clash, Kiss Army, Saxon, Fuck, We're all prostitutes e qualcos'altro.
Presi pure una mega spillona con il teschio dei Motorhead in rilievo, che persi dopo 2 giorni.
Ma girando per Londra con il bus vidi i miei primi veri punk. Addirittura, un paio di loro ci fecero le famose "two fingers in the air", cioè ci mandarono a fare in culo.
A Cambridge, invece, non c'era un emerito cazzo. C'erano una decina di skinheads, più o meno hooligans, tra i 15 e i 20 anni. Io manco sapevo chi erano gli skins, per cui li consideravo punks senza capelli, così per darmi un tono.
Era l'estate dell'82, e c'erano i mondiali di calcio in Spagna. L'Inghilterra, da quella squadra di merda che era e che è tuttora, uscì subito al primo turno, mentre noi, dopo un inizio desolante con pareggi con squadroni tipo la Polonia e il Camerun, schiantavamo Argentina, Brasile e Germania vincendo il Mundial, con Bearzot in panchina, Paolo Rossi, Zoff, Cabrini, Antognoni, Tardelli, Benetti, Altobelli, Bettega, ecc. in campo, un giovanissimo Franco Baresi sempre in panchina e Pertini in tribuna a fare la ola.
Tutte le sere della fase finale, quando vincevamo, giravamo per il quartiere con un bandierone urlando come deficenti. Gli inglesi, chiusi nei pubs, erano silenti.
Tutte le sere, dopo il corso d'inglese e dopo cena, ci trovavamo al parco a giocare a calcio.
Non eravamo malvagi e spesso vincevamo. Io, essendo (sebbene per una manciata di mesi) tra i più grandi, stavo in attacco. Mio fratello era un più che decente portiere. un paio di altri avevano una discreta classe. La maggior parte del resto correva dietro al pallone senza costrutto alcuno.
Gli ultimi giorni che passammo nella terra d'albione tutte le squadrette locali ci volevano sfidare, loro avevano inventato il calcio, ma noi avevamo stravinto il mundial.
Sempre in quei giorni era arrivato nel parco un luna park, per cui la sera c'era un fottio di gente.
Degli inglesi si può dire di tutto, ma non che non amino le partite di calcio, quindi spesso ci succedeva di giocare con 200 persone di pubblico. Essendo italiani in un buco di culo di periferia inglese, voleva dire avere 200 tifosi CONTRO di noi.
Le nostre azioni più spettacolari erano accolte da un'assoluto silenzio, mentre orrende ciabattate che finivano nella nostra rete in maniera totalmente casuale, rimbalzando storte su una zolla tagliata male, venivano salutate dal delirio collettivo delle terraces.
Ricordo ancora una vittoria nostra per 7 a 1 (l'uno fu un autorete) dove a fine partita l'unico rumore che sentivi era la musica della giostra in lontananza.
Ricordo anche una nostra sconfitta al golden gol, dove perdemmo 13 a 12 dopo 4 ore di partita, contro una squadra di 20enni. La squadra inglese si abbracciava come se avessero battuto il Liverpool o l'Arsenal e non un gruppetto di turisti tra i 13 e i 15 anni, e il pubblico urlava a ogni gol loro e fischiava a ogni gol nostro.
L'ultima partita fu quella che mi convinse, se mai ce ne fosse stato bisogno, che gli inglesi sono un popolo di merda.
Eravamo al solito parco per la solita partitella, quando arrivarono sette dei 10 skins di cui parlavo un pò di righe sopra. Questi ci chiesero di fare l'ennesima sfida Italia-Inghilterra. I tipi erano tutti rasati a zero, jeans aderenti, bretelle e Dr.Martin's. Alcuni degli italiani non avevano voglia di giocare ma, alla fine, riusciamo a mettere insieme i 7 azzurri necessari.
Loro avevano un paio di centrocampisti con buona visione del gioco ma con anfibi a banana, il resto erano zappaterra in bretelle e scarponi.
Ispirati dall'estro italiota del mundial, dominavamo il campo. Io, poi, giocavo come mai in seguito mi successe: girate al volo, dribbling, rovesciate, rasoiate da metà campo. Segnai 2 dei tre gol del "primo tempo" e gli inglesi 1.
Nella ripresa successe il fattaccio: mentre con un tiro millimetrico mi avevano crossato a centrocampo e mi involavo verso l'area, il difensore inglese, uno skin 20enne di 90 kg. per un metro e ottanta con faccia da archivio criminale, mi si para davanti. Con un paio di finte mi libero e sono pronto a tirare.
Carico il destro e, mentre sto per tirare, mi falcia da dietro. Io mi giro incazzato come una biscia urlando "rigore, cazzo, rigore!".
Guardando l'armadio a due ante che mi aveva atterrato mi accorgo che delle regole del calcio se ne fotteva alquanto e cominciava a insultarmi in inglese stretto.
A un certo punto mi accorgo del pallone immobile vicino a me. E faccio la cosa più stupida che si possa fare mentre si è stesi a terra davanti a uno skin incazzato di 90 kili.
Tiro in porta.
E segno.
Un attimo dopo cominciano a piovermi anfibiate addosso che cerco di parare con le gambe, mentre gli italiani presenti fuggono lontani. Gli italiani lontani, quelli che stavano fra il pubblico, fuggono ancora più lontani.
Mio fratello, che non è un coniglio, corre verso di me ma si becca una centra in faccia e finisce a terra.
Io, incapace di spiegare all'energumeno il concetto di "regola del vantaggio" nonché lo spirito sportivo nella tradizione di De Coubertain, lo guardo basito mentre mi insulta fino alla terza generazione.
Fortunatamente la sua capacità di prendermi a calci era pari solo al suo controllo di palla nel futbol, se no avrebbe potutto farmi male. Alla fine me la cavai con alcune escoriazioni sulle gambe e un livido sul braccio. E un discreto cagotto quando vedevo comparire in lontananza un pelato.
Alla fine avevamo comunque vinto, anche se mi rodeva il culo di aver vinto anche per i conigli che erano scappati.
Il giorno dopo scrivevo a spray sul muro del parco: ITALIA 3 / ENGLAND 1 - FUCK YOU.
Non per coraggio, è che la mattina dopo sarei partito per l'Italia...

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