lunedì 30 maggio 2005

Io c'ero all'Ataturk

Io c'ero all'Ataturk

Fa ridere leggere commenti sui vari forum e sentire gobbi e interisti (e tutto il resto che non vince mai) gioire per la vittoria del Liverpool in Champions.
Se è comprensibile da parte interista, data la cronica invidia che li contraddistingue e l'assenza di qualunque risultato sportivo di valore superiore alla coppa del nonno, è assolutamente ridicola da parte dei gobbi, per lo meno quelli nati prima dell'Haysel...
Per tutti questi, quelli che in europa non ci vanno mai, quelli che ci vanno e spariscono subito, quelli che ci vanno, durano qualche partita ed escono rigorosamente prima di noi, quelli le cui curve in trasferta ci vanno in 500 (e mi riferisco alla nota auto della Fiat), quelli che di storie come quella che segue non ne avranno mai da raccontare, questa è per voi.
(tratto da Tifonet)


Questo articolo è dedicato a svariate categorie di persone.
Ai veri ultras, a quelli che ancora soffrono, ridono e piangono per i propri colori. Ai tutti i 60 mila tifosi dell'Ataturk, a tutti gli amici del mio gruppo, compagni di mille trasferte e battaglie. Ma anche ai ragazzini (e temo anche qualche adulto) che vomitano ridicoli sfottò... perchè possiate imparare qualcosa.
Entriamo nell'impianto molto tardi, noi ci aggiriamo fuori dallo stadio, perché non si sa mai. E poi anche gli inglesi sono soliti entrare tardi per bere fino all'ultimo secondo. Lo stadio in sé fa schifo, il centro della curva dista 50 metri dal campo, inoltre è apertissimo e il sonoro ne risentirà.
Pian piano si riempie la curva inglese, l'impatto con la Kop, come ci aspettavamo è meraviglioso, il loro celebre inno va ascoltato in silenzio perché è l'inno di tutti gli ultras. Poi lanciamo i nostri di inni. Da questo momento la curva diventa una cosa sola, ci si estranea da tutto, esistono solo i tuoi colori, la tua voce e il tuo cuore sono le uniche armi a disposizione per far capire al mondo che lo spettacolo del calcio siamo noi ultrà. Non siamo più operai, impiegati, figli di papà. Non conta se abbiamo la 5 elementare o una laurea, siamo tutti ultras, siamo fratelli, singole cellule identiche di un unico essere che lotta, esulta, prega, mena, piange, crolla, risorge... Tutto in 90 anzi 120 minuti.
Nel primo tempo, aiutati dalla prestazione della squadra, il supporto è ottimo, la Kop non fa paura, si sente raramente (forse per l'acustica penosa dello stadio, forse perché anche loro sono esseri umani). Anche all'intervallo non stiamo zitti un attimo, appena caliamo, quando rientrano le squadre in campo parte il "You'll never walk alone" inglese. Toccante in quel momento della partita.
Il secondo tempo è uno shock, sbandiamo paurosamente dopo il 3° goal su rigore. Per 5 minuti non riusciamo ad organizzarci né a lanciare un singolo coro, anche a causa della bolgia nella Kop. E qui che deve venire fuori il vero spirito ultras, deve partire dall'organizzazione, è vero, ma soprattutto da ognuno di noi. Nei supplementari ci rifacciamo, anche se in maniera un po' disorganizzata il sostegno è potente, paonazzi gridiamo con l'ultimo filo di voce rimastoci, un ragazzino di fianco a me vomita l'anima per lo stress e la fatica (e forse anche qualcos'altro), qualche ragazza, stile concerto di Vasco, si sente male e viene portata via. Entra Rui Costa, si intuisce che il Liverpool sta cedendo, il coro per il portoghese è pieno di rabbia e grinta e lo sentono fino in Grecia. Ma sulla doppia occasione di Sheva finiscono i sogni di gloria. E' destino. Dicono tutti. Calci di rigore; approfittiamo di un momento di silenzio per lanciare un potente incitamento per Dida, come a Manchester 2 anni fa. Ma già tutti sapevamo come sarebbero finiti i rigori. Dopo un momento di smarrimento all'errore di Sheva, lanciamo ancora ancora due o tre cori orgogliosi con le lacrime agli occhi, ovviamente sovrastati dalla Kop in festa...
E' finita, resta solo la bella scena dei giocatori inglesi che ci applaudono girandosi con la coppa verso di noi (scene ahimè impossibili in Italia) e di qualche nostro giocatore (sempre i soliti) che ci rende omaggio.
Il viaggio verso l?aereoporto è surreale... al Terminal vedo piangere gente che ha fatto piangere tante di quelle persone nella sua carriera... ma anche gente che, nonostante tutto, ha ancora la forza di cantare: "...finchè vivrò io sarò un rossonero... io sarò un rossonero...".
Sono fortunato, aereo alle due e a casa alle sei. Quando arrivi a casa, dopo trasferte come queste, dopo partite come queste, è dura. Sei solo nel tuo letto, dopo 24 ore passate nella baraonda più totale, in cui hai sopportato tutti gli stati emozionali possibili, sotto gli occhi di tutto il mondo. Ti chiedi se ne vale la pena di sacrificare vacanza, donne, soldi, ore per far parte di questo circo. E i dubbi prima o poi assalgono tutti.
Ma poi pensi che domenica c'è un'altra trasferta, si va ad Udine, in pullman con gli stessi compagni di sempre. A fare cose che nessun altro essere umano può comprendere: ascoltare aneddoti assurdi, gare di scorregge improbabili, tentare di capire (con calendari di serie a-b-c e cartina stradale italiana alla mano) con calcoli astrofisici quale tifoserie incontreremo lungo il cammino. E allora i dubbi passano, perché ti senti parte di un qualcosa che è in via d?estinzione, non ci capiranno mai perché lo facciamo e forse è meglio così.
Tutti a Udine, fino all?ultimo minuto, fino alla prossima stagione, fino alla morte.

SEI TUTTA LA MIA VITA
LUNGA VITA AGLI ULTRAS

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