lunedì 24 luglio 2006



VALERIO MARCHI 1955-2006
R.I.P.

Scompare uno dei migliori scrittori, storici e non saprei come altro chiamarlo del movimento skinhead italiano, non uno di quelli che vivisezionano un "fenomeno sociologico" dietro una cazzo di scrivania.
Uno che, cosa voglia dire essere skinhead, l'ha vissuto nelle strade, sulla propria pelle.
E noi rimaniamo qui, con sempre meno gente che sa cosa, come, quando e perché, e una massa di parolai ignoranti che non sanno un cazzo e aprono bocca.
La chiudo qui, vi lascio con le parole di Riccardo Pedrini (Nabat, WuMing5).

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UNA PRESENZA SOLIDA E COSTANTE

di Wu Ming 5 (Riccardo Pedrini)

Estate, proprio come ora. L'immagine è quella di una corsa forsennata per le strade e i quartieri della capitale, due skinhead su una vecchia moto inglese, e il mondo scorre, si apre. Il mondo, cioè la città, è finalmente benigno e percorribile perché noi abbiamo deciso di non subire più, perché abbiamo deciso di alzare la testa e gridare forte. Scorrono strade, piazze, case popolari, quartieri di ricchi. Incrociamo mille volti, noi andiamo verso San Lorenzo.
L'immagine è il baricentro emotivo della mia vita, viene dalla pancia, e riguarda un uomo che non c'è più.
Ero abituato a considerare Valerio Marchi una presenza costante, solida. Gli attribuivo la perennità che si attribuisce a genitori e fratelli maggiori quando si è piccoli. Valerio Marchi ci sarebbe sempre stato, la sua passione per la vita e la sua incredibile energia avrebbero continuato a mandare luce. Lo spazio che occupava era grande. Ora guardi in quello spazio e ti prende la vertigine, un buco nero, denso, non ne vedi il fondo.
Il lutto è grave, non ti puoi nascondere dietro frasi di circostanza e razionalizzazioni.
Questo è vero dal punto di vista umano e politico, per me e per innumerevoli compagni, e questo è il caso in cui davvero non puoi distinguere tra l'una e l'altra cosa. Umano e Politico, cioè il fatto concreto di essere così, di essere in un certo modo, di aver attraversato il proprio tempo con una precisa, lucida traiettoria, lasciando così tanto dietro di te in termini umani e intellettuali.
In questa tragedia è importante ricordare Valerio Marchi in tutta la statura intellettuale che ha saputo raggiungere. Valerio Marchi viveva la strada. Ne capiva i codici in maniera istintiva, originaria. Valerio Marchi capiva nella carne e nel corpo il dolore della periferia, la durezza della condizione di inurbato e subalterno, e capiva nella carne e nel corpo la potenza ricchissima della spinta alla ribellione, l'efficacia dello stile, che è capace di redimere in misura profonda. Valerio Marchi è stato in grado di elaborare tutto questo in un'opera di straordinaria importanza, che ha pochi paragoni nel mondo per lucidità, portata innovativa e profondità di dottrina. Questo disgraziato paese perde una voce insostituibile. I suoi compagni perdono un amico, un pezzo della propria materia vivente.
Il mio primo libro vide la luce perché Valerio seppe credere nel progetto fino in fondo. Gli devo l'omaggio più profondo per questo e per molte altre cose che taccio.
Spero che un giorno il gioco delle molecole e degli elementi porti alla vita un altro Valerio Marchi, anche se nessuno della presente generazione vedrà quel momento. Uomini come Valerio sono rari, sempre di più. Qui, resta duro e lacerante il dolore di chi rimane.

[Nota il saggio-testimonianza Skinhead. Lo stile della strada uscì nel 1997 presso l'editore Castelvecchi, con introduzione di Valerio Marchi. Nel 2004 il libro è stato riedito da NDA Press, a cura di Valerio e con una sua prefazione.]

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Il post completo, da Carmilla On Line, lo trovate qui.

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