domenica 30 marzo 2003

Ho sempre desiderato diventare uno scrittore di fantascienza.
Purtroppo scrivo male (non a caso avevo sempre 4 e 1/2 in italiano), sono disordinato, metto la punteggiatura disseminata a caso, declino i verbi a cazzo di cane e sono generalmente grammaticamente scorretto.
Oltretutto, per quello che riguarda la fantascienza non saprei andare oltre i clichè del genere.
Allora continuo a scrivere sulla mia 'zine, dove posso scrivere come voglio e quando voglio. Oltretutto posso anche lasciare errori di grammatica, ortografia e battitura, che fa più punk. E quello che scrivo è quello che vedo e che ho visto (frase molto emo con spruzzatina di Kina).
E tra le cose che ho visto ci sono due entità che sono state la storia del punk a Milano. Anzi, possiamo dire che senza di loro il punk meneghino sarebbe stato totalmente diverso.
Chiunque abbia visto il film di Kubrick "2001 - Odissea nello spazio" ha presente le scene del monolite nero, con gli scimmioni preistorici che gli girano intorno, lo toccano, prendono una scheggia d'osso da terra, ci fanno una lancia che, logicamente, lanciano e all'improvviso costruiscono le astronavi e ci mettono dentro il supercomputer HAL9000.
Ecco, la scena punk/hardcore di Milano ha avuto il suo monolite, nella prima metà degli anni '80. Anzi, ne ha avuti due. Per questo possiamo chiamare 'sta storia:


I DUE MONOLITI NERI DEI PUNK DI MILANO

Correva l'anno 1983, pronto a dissolversi nell'orwelliano 1984, e in una delle fumose assemblee organizzative del Virus si parlava, per l'ennesima volta, dell'acquisto di un impianto per i concerti.
L'idea c'era già da tempo, ma, vuoi per l'inconcludenza dei teorici dell'anarchismo punk, vuoi per il fancazzismo dei meno politici, vuoi perché un ingresso superiore alle 2000 lire era considerato vendersi al sistema, ma i soldi per l'acquisto non si trovavano mai.
In una di queste assemblee, Gianmario dei Wretched prese la parola e disse: "ho trovato un impianto. Costa tot lire. Dal prossimo concerto tengo io la cassa finchè non finiamo di pagarlo".
Non so quanto sia stato lungo il dibattito, ma quello che so è che dal concerto seguente fecero il loro ingresso sul palco di Via Correggio 18 i due neri monoliti.
Erano due casse Cabotron, di legno, nere, capaci di una discreta potenza per un totale di 1000 watt.
Il suono era caldo e abbastanza potente, e il rumore elettrostatico di fondo non disturbava i gruppi che doveva amplificare.
Certo, era spesso in mano a mixeristi improvvisati, alle prime armi, spesso momentaneamente non nel pieno possesso delle loro capacità fisiche e/o mentali, ma, nei suoi limiti, faceva il suo dovere nello sbatterci in faccia il muro del suono.
Io in Via Correggio ci sono stato poche volte, e lì i Cabotron li ho visti soltanto urlare la voce roca di Gianmario e sputare il caos hardcore dei texani MDC, poi, dalle pagine milanesi di alcuni quotidiani li ho visti caricati su un furgone nello sgombero di Via Correggio.
Per i Cabotron, ormai dotati di scritte VIRUS e "A" cerchiata, questo fu il primo sgombero, ma non certo l'ultimo. Stavano vivendo sulla loro pelle di legno e plastica quello che spettava a "punk e creature simili" nei merdosi anni 80: sfratti, sgomberi, manganelli. Non avrebbero amplificato discomusic nelle discoteche, nè liscio nelle balere della riviera, nè gruppi pop alle feste dei licei, nè cantautori alle feste dell'Unità. Dai loro lerci coni sarebbe passata la colonna sonora di chi pisciava sopra a un mondo di merda. Nella loro forma tozza e parallelepipeda erano sulla strada per combattere, e lungo gli anni avrebbero resistito più a lungo di molti dei gruppi che amplificavano e di molti degli spettatori che assordavano.
Dopo lo sgombero di Correggio dell'84, l'anno successivo, il Virus occupò uno spazio in Viale Piave, stretto e lungo, dove, ai lati del palco in fondo alla sala torreggiavano nella loro nera geometricità.
In Viale Piave fecero il loro lavoro assai discretamente amplificando i gruppi storici dell'hardcore italiano, come Wretched, Indigesti, Negazione, CCM, Peggio Punx, Crash Box, Fallout, Disperazione, Kobra, I Refuse It e molti altri, i gruppi stranieri che passavano nello stivale, come i tedeschi Porno Patrol, gli inglesi Antisect e qualcun'altro.
Ci fu anche qualcuno che non si avvalse dei loro servizi sonori: i bergamaschi Messa @ Fuoco, che facevano una specie di musica industriale tribale, perquotendo bidoni, carrelli dell'esselunga, pattume vario e portiere di auto suonarono dal lato opposto del palco, lasciando i poveri Cabotron spenti e inutilizzati nella solitudine del palco.
Sempre nel 1985, in tempo per essere annunciato sul primo numero di I Don't Care! Punkzine, il soffitto del Virus di Viale Piave pensò bene di collassare su se stesso, stanco di fare da pavimento della cucina alla famigliola dell piano di sopra.
I nostri, sempre monolitici anche se un pò impolverati dal crollo, già sapevano nelle loro spente spie che dovevano affrontare un altro trasloco.
Nel frattempo avevano già compiuto qualche breve trasferta, andando saltuariamente al Leoncavallo, nella storica sede dell'omonima via, ad amplificare i gruppi americani più noti, il cui pubblico non ci sarebbe stato nella ridotta sede di Viale Piave; Fu così che cominciò ad amplificare DOA, Youth Brigade e Toxic Reasons, insieme a Crash Box, Rappresaglia, Negazione, ecc.
Ma dopo il crollo, finiti probabilmente in un box o una cantina di qualche punk, avevano bisogno di una nuova sede che desse nuovo lustro alla loro nera superfice, ormai solcata da scritte e A cerchiate.
E la nuova sede arrivò nel 1986. Il Virus si trasferisce in Piazza Bonomelli. Ma se il Virus non era più lo stesso, anche i Punx non erano più gli stessi. Alcuni erano scomparsi, altri emigrati sui navigli che avrebbero visto di lì a pochi mesi l'occupazione di Cox18, altri al Leoncavallo per aprire l'Helter Skelter (dove tra l'altro suonerà Henry Rollins), ma qualcuno (pochi, Paolone, Poggi e qualcun altro/a) ancora lì, insieme alle giovani generazioni appena arrivate.
Bisogna dire che Il Virus di Piazza Bonomelli faceva cagare. Se Viale Piave stava in piedi con lo sputo, qui era l'igiene a essere violentata. A ogni pioggia c'erano 20 cm. d'acqua in metà del salone. In mezzo al salone c'era una botola che dava sulla cantina, raggiungibile anche dalle scale, e tutto il pattume da dopo concerto e le macerie dei lavori venivano buttati nella botola... poco prima dello sgombero la rumenta arrivava poco sotto la botola e veniva pressata saltandoci sopra! Immagino cosa sia successo quando gli ignari muratori che dovettero abbattere lo stabile aprirono la porta...
Ma non divaghiamo. In mezzo a una distesa di acqua lercia e punk ubriachi, con condizioni ambientali che avrebbero avuto ragione di più blasonati e, perchè no, un po fighetti Marshall, i nostri svettavano tra muschi, licheni e birre rovesciate nella loro squadrata geometricità, pronti a diffondere tra le sporche pareti coperte dai primi graffiti il cosueto assalto sonoro.
Assalto che per un pò di tempo proseguì senza tregua: Government Issue, Scream (con un Dave Grohl biondo e fradicio di sudore), Ignition, Verbal Assault e altri dalle lande americane, So Much Hate e Seppo Goes To Holocaust dalla Vichinghia e molti, troppi, altri da tutto il mondo. Resta negli annali una tre giorni con 40 gruppi, che se da un lato valse l'odio imperituro dei vicini di casa, dall'altro dimostro che i Cabotron non erano solo delle casse: musicalmente parlando erano una macchina da guerra.
Tra il 1987 e il 1988, aggiunti a qualche altro pezzo di impianto voce affittato, i Cabotron si spostavano saltuariamente dai dintorni di Piazza Corvetto al cuore rosso di Lambrate, tra le storiche mura del Leoncavallo, dove peridicamente fornirono con la consueta capacità le emissioni sonore del meglio dell'hardcore mondiale del periodo: Zero Boys, Toxic Reasons, RKL, No Means No, Scream, No Fx, DOA, Accused, Ludichrist, Youth Of Today, Verbal Abuse, Fugazi e Verbal Assault dagli States, La Polla Records da Euskadi, No Allegiance e Messiah dalla Germania, Instigators e Snuff dall'Inghilterra, So Much Hate e Life But How To Live It? da Svezia e Norvegia, e dalla terra di pizza e spaghetti decine di altri: Wretched, Negazione, Disperazione, Upset Noise,Peggio Punx, Deathrage, Ifix Tcen Tcen, Rabid Duck, Impact, Raw Power, Lanciafiamme, CCM (parlando dei CCM, quello fu il famoso concerto in cui Syd si sfregiò la pancia con un collo di bottiglia rotto, immortalato sul libro di Marco Philopat "Costretti a sanguinare", l'ironia è che per mettere un'immagine che rappresenti "storie di punk a Milano tra il 1977 e il 1984" ha dovuto usare un punk nell'88! forse negli anni precedenti i punk non erano abbastanza estremi?) e vagonate di altri.
Nello stesso periodo il Virus di Piazza Bonomelli viene, per l'ultima volta, sgomberato.
Il periodo tra l'88 e l'89 è abbastanza duro per i nostri Cabotron, che all'epoca prendono casa al Leoncavallo, con pochi concerti veramente entusiasmanti, non fosse altro che per il fatto che il punk e l'hardcore al Leo interessavano alla parte più giovane e viva del centro, quella dei gruppi che suonavano nelle sale prova per intenderci, mentre i "politici" non l'hanno mai sopportato.
Va ricordato che in quel periodo il Leo stava cambiando abbastanza, si passò dal "circolo giovanile del proletariato", come fu aperto, a una specie di deserto (come lo trovai nelle prime assemblee - 1987/88 - in cui andavo con Paolone a proporre i concerti), in cui 10/15 avanzi del 77 milanese (alcuni di quelli raccontati dal buon vecchio Philopat sul suo ottimo libro "La Banda Bellini") tiravano avanti poche e sparute attività.
Fu grazie ai concerti hardcore di quegli anni, con migliaia di persone, che il Leoncavallo tornò a essere un posto vivo. Senza sarebbe stato un grosso capannone vuoto che si riempiva di reduci per l'ennesimo concerto degli Yu Kung.
Per la gioia di creste a pelle e teste rasate, invece, si sudava sopra e sotto il palco, si dava fastidio agli zombie del marxismo-leninismo e si scatenava settimanalmente la rissa.
Nel 1989 molte cose erano cambiate dietro i muri di Via Leoncavallo 22. I nostri Cabotron vedevano sempre meno concerti punk, e cominciavano i primi sound system.
Nell'agosto dell'89 arriva il momento peggiore: il Leoncavallo, in un mattino d'agosto di Molotov, cellulari, manganelli, pietre e dinamite, viene sgomberato e il capannone abbattuto.
Incredibilmente, su quelle rovine nasce il periodo migliore che il Leoncavallo abbia mai avuto.
Dopo 3 giorni in cui viene occupata tutta la strada di fronte al centro, e i Cabotron suonano dal pomeriggio a notte tarda sul marciapiede, le rovine vengono rioccupate, la gente mette da parte gli scazzi tra un collettivo e l'altro, tra anarchici e autonomi, ecc., e si cerca di ricostruire.
Sempre in quel periodo cominciano le famigerate Posse. Per quello che mi riguarda l'88/89 è il periodo in cui comincio a prendere in mano le bombolette. I primi esperimenti sono durante feste illegali a Sant'Eustorgio, fatte occupando i giardini di Piazza Vetra, con 30/40 tra writer e graffitisti improvvisati. Naturalmente i Cabotron sono spesso presenti, sia in piazza che in quello che resta del Leo.
Ma se dai loro coni era quasi sempre uscito punk e hardcore, in quegli anni cominciano a trasmettere il rap delle posse milanesi: LHP, HELS, ecc., ospitando BabaX da Conchetta, Michele di Pergola Tribe, Lele Prox e Papero del Leo, ma sopratutto Ripax: l'unico che poteva mettere Village People e Skrewdriver nella stessa serata pur rimanendo uno skin comunista.
I Cabotron, pur avendo ormai una lunga storia di disastro sonoro si prestavano anche a far ballare la nuova generazione del Leoncavallo, infatti, dopo lo sgombero, i frequentatori erano aumentati in buon numero. Intendiamoci, di hardcore ne passava ancora, Shudder To Think, Sink, Biohazard, Nausea, Alice Donut, No Means No. Ma la scena non era più la stessa.
Chi ancora stava dentro alla scena aveva solo qualcosa di cui cibarsi: la Whip Diffusioni (fusione della mia Virus Diffusioni e della distro dell'ex Virus di Piazza Bonomelli), il T28 di Cyko Miko pochi mesi dopo, TVOR del buon vecchio Stiv Rottame.
Si andò avanti ancora un pò tra le rovine e il capannone ricostruito con tubi Innocenti e pannelli di legno.
In seguito allo sgombero definitivo di Via Leoncavallo finirono pure a Baggio, nell'ex tendone dove per un anno Paolo Rossi aveva fatto un suo programma tv e che era stato occupato da alcuni collettivi e, per un anno, in uno spazio industriale in Via Salomone. In quegll'anno però ne avevo abbastanza dell'aria che si respirava al Leo, infatti in Via Salomone ci andai solo per vedere Sick Of It All, Cock Sparrer e poco altro, mentre a Baggio solo per gli Youth Brigade.
A dire la verità non so se e quanto i Cabotron siano stati usati in quell'anno.
Ma i Cabotron sono sembre stati strumenti da battaglia, non potevano finire la loro storia in quello che fu il periodo peggiore del Leoncavallo. Da veri guerrieri se ne dovevano andare combattendo.
E il momento arrivò Il giorno dell'occupazione della sede di Via Watteau, quando, durante gli scontri con la polizia in Piazza Cavour e Via Turati, con decine di contusi e feriti tra i soliti lacrimogeni e manganelli (erano cose che succedevano anche prima di Genova...), i neri monoliti si trovavano su un furgone a fare la colonna sonora della loro battaglia finale.
Furono sequestrati dai cani blu, e da allora sono scomparsi. Certo, non saranno finiti nel Walhalla a bere nel cranio dei loro nemici, più probabilmente staranno ammuffendo in qualche umido magazzino di PS, facendo da tana a famiglie di scarafaggi.
Ma se non sono stati portati per un ultimo viaggio in discarica, lo so, basterebbe attaccare la corrente, schiacciare il pulsante per accenderli e, se non si rimane fulminati, attaccare gli strumenti e partire: "Siamo morti per tutti, ma ora, noi ritorneremo, torneremo ancora, ...vivi!!!" (Crash Box, "...Vivi!")

2 commenti:

  1. Anonimo6:15 PM

    Leggendo le ultime quattro righe mi è venuta la pelle d'oca... bellissima storia quella che hai raccontato!

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  2. Magari, prossimamente, torna su questo post, che ho trovato una foto dei Wretched al Virus di fianco ai Cabotron...

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