giovedì 21 ottobre 2004

AL 1980 CI SCATARRO SOPRA

Ne avete abbastanza di resoconti di concerti, storie di vecchi punks, pornografia gratuita e storie e storielle più o meno vere?E allora parliamo di quando hai 13-14 anni e sei uno sfigato.Dai, che lo siete stati tutti, con le vostre facce brufolose, quei quattro peli in faccia che solo voi chiamereste barba e le ragazze che, no, proprio non ve la danno. E fanno bene, chi la darebbe a uno sfigato?

AL 1980 CI SCATARRO SOPRA

Il 1980 non fu il migliore degli anni della mia vita.
Oddio, avevo appena finito la scuola media, facevo il primo anno di liceo e, diversamente dai tre anni precedenti in cui eravamo divisi in classi solo maschili o femminili, la classe mista del liceo mi fece scoprire l'universo femminile in pieno subbuglio ormonale adolescenziale.
Comunque fu un anno significativamente di merda.
Ero iscritto a un fottutissimo liceo scientifico, quando io volevo fare l'artistico: mio padre mi portò in Via Santa Marta per iscrivermi al più vecchio liceo artistico di Milano (lo stesso che frequentò lui dopo la guerra), ma il panorama di atrii dalle pareti incendiate, stelle a 5 punte delle Brigate Rosse, tossici e fricchettoni scoppiati sui pianerottoli delle scale che tappezzavano lo storico liceo nell'estate del 79 non costituivano, probabilmente, il luogo ideale dove indirizzare il suo figliolo, peraltro già scapestrato di suo e pronto a lasciarsi influenzare dal primo lucignolo (inteso come il personaggio collodiano, mica quel coglione di Italia 1!) di passaggio.
Il liceo scientifico, però, era l'ultima cosa che potevo fare: odiavo tutto. Latino, italiano, matematica, geometria, inglese, storia.
Perfino disegno tecnico, materia foriera di buoni voti dato che avrei potuto fare tutti i disegni richiesti a occhi chiusi, mi schifava: sulla tavola dove avrei dovuto disegnare la proiezione ortogonale di un cubo scrissi "si vede un quadrato da tre lati", ché non avevo voglia di disegnare gli assi cartesiani e tre stupidi quadrati collegati dalle linee di costruzione.
Finii l'anno con una pagella che variava dal 3 in matematica al 5 in storia, con uniche sufficienze in religione (probabilmente solo per non aver mai bestemmiato in classe, dato che non si è mai visto nessuno insufficiente in religione...), geografia (grazie al libro casualmente aperto sulla pagina giusta nell'ultima interrogazione dell'anno) e un 8 in ginnastica (l'unica materia che seguivo con piacere).
La realtà è che non avevo voglia di fare un cazzo, salvo guardare la televisione, andare al bar a giocare a Pacman, Galaga, Quix e Space Invaders, leggere fumetti e andare ai giardini di Piazzale Lugano per la settimanale partita a calcio.
E le ragazze.
Gli ormoni in subbuglio si scontravano con una timidezza congenita, e le scintille che ne derivavano relegavano l'interesse per la scuola in qualche recondito anfratto delle mie sinapsi cerebrali.
Il fatto, poi, di essere beccato con le mani dove non avrebbero dovuto essere in compagnia di una compagna di classe con cui avrei dovuto "studiare", in una famiglia di tradizione cattolica come la mia, mi relegò al ruolo di pecora nera tra tutto il parentado.
Voglio dire, cazzo, della ventina di cugini che ho, i più vecchi erano tutti universitari con ottimi voti, i coetanei primi della classe nei rispettivi licei, i più piccoli cocchi delle maestre alle elementari.
Io alle elementari avevo stabilito il record di note al mese (42) al quarto anno, alle medie ero stato sospeso per aver sfasciato a colpi di "kung fu" - ah, i film di Bruce Lee! - il mobilio scolastico depositato in cantina. E al liceo... beh, ero il primo e unico in famiglia ad essere stato bocciato.
E tutti, dico tutti, si sono sposati con la prima, max la seconda, fidanzata.
Chi viene da una famiglia cattolica come me, lo può capire (gli altri no, pazienza. Sforzino l'immaginazione), passare la pubertà cercando di evitare di fare il chierichetto a messa, sentirti il prete che ti dice che diventi cieco se metti le mani lì, continuare a sentirti dire che se fai peccato gesù piange.
Tutto pur di farti sviluppare un senso di colpa in qualunque situazione ti dia piacere.
E' un imprinting che si fatica a cancellare e non vi si riesce mai completamente.
Essere beccato mentre cercavo di esplorare affinità e divergenze con una compagna di scuola fu la classica goccia che fece traboccare l'ancor più classico vaso.
Dove non erano riuscite persuasioni e minacce, dove erano state inutili maniere buone o cattive, dove la psicologia, la logica e pure le urla di mio padre si fermavano ci voleva un miracolo.

Mi volevano mandare a Lourdes.

Ora, riesco a vedere le vostre facce. La stessa che feci io.
Che cazzo ci sarei andato a fare in mezzo a beghine, penitenti e paralitici?
Cazzo, 4 giorni di processioni, messe, rosari. Mi immaginavo l'ora di religione a scuola moltiplicata per 10 per ogniuno dei 4 giorni.
No way.
No fucking way.
No.
Non se ne parla.
Non ci vado.
Piuttosto passo le vacanze chiuso in casa.
Ma avevo 14 anni, decine di parenti che mi avrebbero cagato il cazzo tutta l'estate, la riprovazione generale di tutti i conoscenti, la minaccia di dover rifare il primo anno di liceo scientifico finchè l'avessi passato, una condanna sociale per atti di libidine con una 14enne che, essendo pure io 14enne, non avrebbe avuto conseguenze penali ma di immane cacamento di cazzo (e di cambio di marciapiede incontrando il padre della suddetta).
Mi ritrovai su un treno per la Francia.
Direzione Carcassonne.
Avessi avuto qualche anno di più avrei proseguito per la Spagna, per vedermi i primi gruppi punk iberici. Ma se avessi avuto qualche anno di più non sarei nemmeno salito su quel treno. Oltretutto nel 1980 il punk per me era solo un video trasmesso alla Rai, dove si vedevano tipi stranissimi e rumore caotico. Qualcosa di curioso ma che avrei scoperto solo l'anno seguente.
Il treno era composto da 10 vagoni di pellegrini che si dividevano in: anziane beghine (50%), ciellini e simili (40%), gruppi misti (9%), disadattati e cani sciolti (1%).
Inutile dire che mi ritrovai nello scompartimento dei disadattati.
Anzi, no.
Come attirati da un segnale silenzioso, i pochi disadattati e cani sciolti, girando per il treno, finirono per concentrarsi in un paio di scompartimenti.
In totale una decina di persone, di diversa provenienza sociale, economica, culturale, ma con una sola domanda stampata in fronte: "cosa cazzo ci faccio su questo treno?".
I due scompartimenti diventarono il ghetto del treno prima ancora di arrivare al confine italofrancese. Gli altri passeggeri ci passavano davanti schifati.
A posteriori non capisco nemmeno perché. Non eravamo né sembravamo un vagone di ultras in trasferta, non facevamo particolare casino, non estirpavamo i sedili per gettarli dal finestrino.
Semplicemente cazzeggiavamo tra di noi, fumavamo (solo sigarette, eh?!), bevevamo birre e giocavamo a carte.
Io allora non fumavo ne bevevo un gran che, oltretutto.
Tra i personaggi presenti ne ricordo tre: uno più o meno della mia età, che era stato beccato a rubare in un supermarket, la cui madre aveva convinto il gestore a ritirare la denuncia e che era stato da lei obbligato a una session di abluzioni nella sacra vasca lourdesiana, nella speranza che un miracolo ne rallentasse la manolesta. Un altro era stato spedito sul treno per Lourdes acciocché si limitasse la sua propensione alle risse. Il terzo, il più vecchio (avrà avuto venticinque anni, ma a me 14enne sembrava vecchissimo), faceva gare di rally, insegnava windsurf e gicava benissimo a poker. Qualche mese prima, però, tornando a casa ubriaco dopo una serata di poker e guidando troppo forte sulle strette strade di un lungolago, aveva tirato sotto un passante che era ancora in ospedale a contarsi le poche ossa rimaste intere.
Naturalmente le voci girarono subito, e ancora prima di arrivare tutto il treno sapeva che a bordo c'era uno scomparto di ladri, teppisti, biscazzieri, ubriaconi e maiali.
Incredibilmente, messo piede sul sacro suolo del santuario, non si aprirono voragini sotto di noi, pronte a spedirci nelle profondità dell'inferno.
In compenso trovammo subito, durante il primo giro tra le viette del santo borgo, la birreria dove si trovavano i pochi paesani non convolta dal sacro business.
A questo punto va fatta una doverosa premessa: se non siete di salde convinzioni cattoliche non andate a Lourdes.
La visione di centinaia di bancarelle per tutto il paese che vendono merchandising della madonna (non nel senso della cantante e nemmeno a significare "di alta qualità", sia chiaro), madonne e santi di ogni dimensione, colore e prezzo, anziane baciapile che si tuffano a comprare rosari, coroncine, madonnine, crocefissi, targhette, vestiario, ecc., gli affari che si fanno vendendo pacottiglia spacciata per reliquia, sono abbastanza per estirpare ogni residua briciola di fede in chi già ne sia provvisto in quantità ridotta.
Se 2000 anni fa Gesù scacciava a bastonate i mercanti dal tempio, ora i mercanti fanno il cazzo che gli pare, e il tempio lo riproducono in plastica fosforescente, con le lucine lampeggianti, nelle sfere di vetro con la neve.
Ma Lourdes e famosa per l'apparizione della Madonna e la fonte di acqua benedetta, per cui il gadget più di successo è la madonna "bottiglietta", comoda e antropomorfa ampolla ove stipare il sacro liquido.
In plastica bianca semitrasparente con coroncina azzurra che funge da tappo, si può trovare in decine di dimensioni:
Madonna mignon, 5 - 6 centimetri d'altezza, sta comodamente in tasca o nella borsetta.
Madonna da tavolo, 10 - 15 centimetri, quella classica posseduta da tutte le nonne e posta sul ripiano della credenza insieme alla gondola di Venezia in plastica e alla torre di Pisa in gesso.
Ma la mia preferita era Madonnazilla. 1 metro d'altezza per una capienza da 50 litri di liquido benedetto. Generalmente acquistata da prelati che la facevano trasportare alle parrocchie di provenienza. Alcune erano dotate di rubinetto posto tra i piedi, per il prelievo di acqua senza rischiare di rovesciare il pesante catafalco.
I programmi delle varie giornate erano scanditi da preghiere, rosari e processioni, che in buona parte riuscii a evitare imboscandomi tra la gente e svicolando verso le viette del paese.
La sera l'unica cosa da fare era rintanarsi nella birreria di cui sopra, unici centometriquadri circa di campo neutro, ove ritemprarsi dal sacro furore.
Qui feci la mia prima gara di birra, ingoiando 2 litri di onesta Stella Artois.
L'effetto, su un semiquattordicenne magrolino e pressoché astemio, è facilmente immaginabile.
Decidemmo di farci un giro per "prendere un po' d'aria", fino al cancello della spianata davanti alla cattedrale, dove il mio imberbe apparato digerente, vinto, alzò bandiera bianca.
Le beghine più mattiniere sarebbero state accolte da una pozzanghera di birra, cibo, oggetti non identificati e un discreto drappello di flora batterica intestinale.
Tutto questo andò avanti per tre giorni.
Salvo lo sgollo, chiaro. I giorni successivi mi limitai a una piccola chiara, che a tappezzare il cancello ci pensasse qualcun altro.
Di quello che successe poi, in quei giorni, non ricordo molto. Sicuramente noia, noia, noia.
Ci facemmo anche un raid a rubare cazzate nelle bancarelle (avevamo pure il "professionista"!), ma erano oggetti talmente orrendi che volarono dal finestrino del treno nel viaggio di ritorno, muto commento alla scarsa qualità generale del santo merchandise.
Noia.
Meno male che avevo già scoperto come diventare ciechi, che il 1980 non finiva mai.

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