mercoledì 29 gennaio 2003

Il post precedente ha fatto uscire un bel tot di polemiche, sopratutto sul sito di El Paso, ma anch'io posso vantare un paio di mail perplesse.
Sembra che quelli che hanno realizzato la riscrittura della storia contemporanea abbiano fatto un buon lavoro, se c'è addirittura chi considera Agnelli un santo...
Mi sembra che sia comunque necessario postare anche la risposta pasica (letta su Fastidis) a chi si lamenta del "cattivo gusto" del messaggio


Sul sentimento di umanità.

Scrivo queste riflessioni dopo avere letto alcune e-mail di commento alla nostra pagina sul sito pasico dedicata alla morte di Agnelli; devo dire che sono rimasto molto sorpreso perché ritenevo che teoricamente tutti coloro che si iscrivono alla nostra mailing list fossero un minimo in sintonia con l’entità pasica (e per questo intendo anche solo un vario ma razionale sentimento di rifiuto della nostra società, ma non immaginavo che questo potesse convivere con un evidentemente- forte senso di umanitarismo. Discutiamone.

Le lettere pubblicate hanno un comune denominatore: nessuno ‘difende’ il defunto, ma tutti si indignano per il mancato rispetto verso il cadavere. Ciò si può spiegare con ragionamenti completamente diversi:

A) La vita umana è sacra a prescindere, così come è evidente la vita oltre la morte e tutto ciò che significa il trapasso coi suoi simboli, riti e corollari vari.
B) Pudore: non si spara sulla Croce Rossa. Mancanza di stile, di decenza, di sentimento politically correct, eccetera.
C) Rispetto per ‘l’avversario’ caduto (sul campo?).
D) Assenza di tattica: non si esternano sentimenti così laidi e gratuiti perché ‘politicamente’ ci si rende odiosi a coloro che si vorrebbe convincere delle nostre tesi.

Procediamo con ordine.

Sulla sacralità della vita sempre e comunque c’è poco da dire: se la vita, l’essenza in vita, la sopravvivenza sempre e comunque conta più delle condizioni in cui si vive, abbiamo poco da dirci. Si può vivere più o meno a lungo, ma sfido chicchessia ad affermare che è meglio vivere bene 50 anni che viverne 100 da cani. E se ‘da cani’ non basta posso aggiungere che la semplice impossibilità di poter scegliere come vivere è sufficiente a rendere insensata la sopravvivenza. Ciò che ci differenzia dalle forme di vita conosciute è la capacità critica, la coscienza di essere un essere biologicamente unico, con le proprie passioni, pulsioni, sentimenti, bisogni, aspirazioni. L’idea di poter adattare a tutta l’umanità dei canoni omogenei di vita è un’idea disumana. La nostra (più o meno di altre civiltà) società si basa sull’assunto che sia sufficiente far sopravvivere le persone (distraendole dai propri bisogni con dei palliativi commerciali) per dare un senso alla vita. L’assunto vivi-produci-consuma-crepa sintetizza ottimamente il fondamento della nostra società capitalistica, consumistica. La ‘realizzazione’ dell’individuo consiste ormai nell’adattarsi a ciò che la società ci presenta (famiglia / asilo / scuola / naja o volontariato / lavoro più o meno precario / pensione / ospedale) cercando, al di là della sopravvivenza ormai scontata per chiunque (nessuno muore più per fame in Occidente), di accumulare beni di consumo emozionale; nulla che serva a modificare la propria o l’altrui vita in ogni altro senso.

Quindi la vita non è un valore assoluto. Almeno non può esserlo subordinatamente al concetto (alla pratica) della libertà. Coloro che pensano il contrario si troveranno in perfetta linea con preti di qualsiasi religione nonché ideologicamente vicini a tutte quelle forme di pensiero autoritario per le quali l’individuo non ha alcuna importanza se non nella misura in cui fa parte della massa ed a questa si adegua per il bene dello Stato.

Se poi quando si parla di morte si parla di una persona che ha incarnato, promosso e beneficiato al 1000% di tutti i principi antiumani di cui sopra, non vedo come non si possa parlare di rispetto, né da vivo né da morto. Dirò di più: non capisco come non si possa odiare, da vivo come da morto, un essere del genere (e qui possiamo passare al punto B).

Il soggetto in questione è uno di quegli esemplari che ha beneficiato sin dalla nascita dell’altrui sfruttamento. Egli infatti, che già prima di iniziare a ‘lavorare’ a 40 anni viveva con appannaggio di 600 milioni e aereo privato, non si è mai dovuto preoccupare di nulla ben oltre la sua sopravvivenza. Tutto ciò grazie al fatto che centinaia di migliaia di persone, magari meno intelligenti e capaci di lui (dando per assunto tutta questa lungimiranza in una persona che nessuno ha mai conosciuto) hanno lavorato duramente per una paga che gli consentiva ben poco più della sopravvivenza in condizioni che tutt’oggi riterremmo misere.
A parte le consuete operazioni mediatiche di carità pelosa (ormai comuni non solo ai ricchissimi ma consolidate anche nella classe medio-piccola compra il detersivo e salva la balena, adotta un bambino a distanza) non ha mai pensato di migliorare la vita propria e altrui se non in senso capitalistico (e quando ciò è avvenuto per i suoi sudditi non è certo stato per scelta caritatevole ma per calcolo o per obbligo), quindi l’ha peggiorata sempre più.

Le migliaia di morti e feriti nei 100 anni di Fiat non si contano, come non si contano quelli che sono morti, che stanno morendo e moriranno in futuro di cancro grazie alla distruzione dell’ambiente causato dalla sempre crescente industrializzazione che il nostro amministratore delegato ha attuato sulla pelle di tutti. Non è neanche possibile pensare a questo fenomeno come inevitabile: la diffusione dell’automobile ha creati pochi benefici rispetto ai problemi che ha causato. L’auto ci serve per spostarci per lavorare, lavoriamo per comprarci (e mantenere) l’auto, e per quasi tutto quello che esclude l’ambito lavorativo l’auto ci è inutile. Senza parlare del fatto che se viviamo in città così grandi non è certo stato perché spontaneamente ci si è aggregati, ma perché spinti dal bisogno (fasullo o meno), siamo stati attratti in città dai rifiuti di cui nutrirci, come i cinghiali dalle colline.

La Fiat ha sempre vissuto in simbiosi coi governi di qualsiasi epoca, si è arricchita con la Prima Guerra Mondiale, si è evoluta col fascismo, è esplosa nel dopoguerra, ha succhiato alle casse statali miliardi su miliardi (sapete, c’è gente che ancora non sa che la cassa integrazione la paga lo Stato, mica le industrie), ha evaso imposte per miliardi, ha esportato capitali all’estero da sempre.

A Torino, dove qualsiasi medico ti dice ormai tranquillamente che nei prossimi 15 anni una persona su tre morirà di cancro, che un bambino su tre prima dei 5 anni sviluppa patologie respiratorie, la velocità media dell’auto è di 15 km orari. La Fiat inquina e produce i filtri antinquinanti per auto per fabbriche. Voilà. Una macchina media costa 15-20 milioni e mantenerla costa mediamente 7 milioni l’anno, disgrazie escluse. I parcheggi (a pagamento inclusi) e gli spazi percorribili, stando ad uno studio (poco pubblicizzato) del Politecnico di circa 12 anni fa consente la circolazione di 300/350mila veicoli. A Torino, su 900mila abitanti ci sono 600mila veicoli immatricolati. E due giorni alla settimana si circola a targhe alterne (anche se l’auto è nuova, catalizzata etc), c’è la domenica del pedone e non esiste, in quella che i nostri sagaci amministratori hanno definito ‘la capitale europea della cultura’ il trasporto pubblico notturno (ultimo spettacolo cinematografico: esci e non ci sono più bus e tram), le paline informatizzate funzionano solo in centro città e nei quartieri dei ricchi.
Però ci sono due auto a famiglia (non contiamo moto e vespe).

Sarà tutta colpa sua? Ci hanno costretti a comprarci l’auto, a farci piacere lavorare per scorrazzare come nelle pubblicità a 200 all’ora liberi (se non ti beccano) solo tra le 4 e le 6 di sabato notte?
Certo che no. Basta cedere e ci caschi. Ma l’auto all’idrogeno esiste da più di 20 anni. Magari potevamo evitarci qualche tumore. C’è qualcuno che crede che il suddetto non sapesse dell’esistenza di alternative industriali? Ma il sistema occidentale si basa sul petrolio (stanno per fare un’alta guerra in proposito), e di certo l’Avvocato non ha pensato al fatto che valesse la pena combattere il sistema, vero?

Ma in fondo non ci ha fatto nulla direttamente, a noi.
Già, chi l’ha mai visto? Come si fa ad odiare uno che non si è mai visto di persona?
E, in fondo, chi abbiamo mai visto di persona di tutti coloro che riteniamo responsabili di qualche danno verso di noi?
E chi, in fondo, ci danneggia?
Stiamo bene in fondo.

Semplice, no? Non c’è nessun responsabile per nulla. Questo è il trucco migliore della nostra società. Mai nessuno contro il quale puntare il dito (beh, il Berlusca, uomo della Provvidenza, sta riportando in auge questa umanissima pratica, col risultato, forse voluto, di farci dimenticare tutti gli altri). E alla fine andiamo a sfogarci in famiglia o al bar o allo stadio, perché se ti licenziano, se ti ammali di cancro, se la banca ti porta via tutto, se casa marcia ti crolla addosso, se il lavoro ti mutila, se non hai amicizie, affetti, rapporti, la colpa non è di nessuno. O ci inventiamo nemici fittizi, lo zingaro, l’ebreo, il musulmano, il fascio (sì, anche questo è un palliativo alle volte, quando si odia il fascio e si tollera il dittatore in rosso), ci inventiamo giochini mediatico-rivoluzionari, il Chiapas, il Vietnam, Cuba.

Se punti il dito e dici: quello è (magari non ‘il’ ma) un nemico, corri il rischio di sbagliare, esagerare eccetera, ma almeno procedi. Puoi agire, puoi provare a combattere, a liberarti, per quanto difficile possa sembrare. Invece se vieni a patti, se sei già pronto a farti fottere, se ti rassegni, è meglio pensare che in fondo, uno vale l’altro, che se non l’avesse fatto lui l’avrebbe fatto un altro.

Quindi meglio essere misurati, nei propri sentimenti, o almeno esserlo nella misura in cui sentiamo di non poterceli permettere, ché tanto conduciamo una vita d’impotenza. Meglio porgere l’altra guancia, fare i caritatevoli, gli umanitari. Penoso.

C) Il rispetto che Agnelli aveva per il prossimo era tale da far cancellare la morte della sua accompagnatrice (anni ’50) dall’episodio in cui, schiantandosi in auto, ricavò la sua zoppìa, come celebrano i suoi biografi. Era solo una puttanella insignificante.
Rispetto per lui? Certo, possono averlo quei sindacalisti che lui piego a fine anni ’70 (far di necessità virtù, come gli allenatori di calcio: ci hanno battuto quindi sono bravi) e poi magari premiò e pagò negli anni successivi fino a farli prendere a bullonate sulle piazze dagli operai. "Bacia la mano che non puoi tagliare", dicono i beduini. Rispetto per lui che rinchiuse il figlio tossico in una prigione dorata fino a farlo suicidare da un viadotto cuneese (ma la parola droga non è mai comparsa nelle 26 pagine di biografia agnelliana de ‘La Stampa’).

Ne aveva lui, secondo voi, di rispetto verso quelli che, dal Veneto come da tutto il Sud Italia, migrarono qui, abbandonando un altro modo di vivere per quattro soldi.

Ne aveva per gli azionisti quando faceva bilanci falsi, ne aveva per i dipendenti quando faceva spiare e perquisire le scrivanie e gli spogliatoi dai suoi giannizzeri ex carabinieri che controllano gli stabilimenti?

Ne aveva, per chi ama costruire, imparare a fare qualcosa con le proprie mani, progredire, imparare (e insegnare) un mestiere, lavorare, lui che ha introdotto le catene di montaggio, fucina di automi che in decenni non hanno mai capito neanche cosa costruivano e se era fatto bene o male? Cosa hanno, come eredità culturale e tecnica operaia, da trasmettere a figli e nipoti, gli ex operai Fiat? Il servilismo, unico modo di fare una piccola miserabile carriera facendo la spia per i dirigenti invece di lavorare?

Ne aveva per i figli degli operai che per decenni sono andati alle famigerate ‘scuole tecniche’ tirate su dalla Fiat e gestite dai preti, con classi solo di maschi, dove le macchine erano vecchie di secoli, dove s’insegnava solo la cieca obbedienza e il solo futuro immaginabile era un lavoro in Fiat, le vacanze le colonie Fiat, lo sport nei centri Sisport/Fiat, gli avvenimenti culturali sponsorizzati dalla Fiat?

Ne aveva quando ha iniziato a licenziare anche i fedeli servi, i ‘quadri’, protagonisti della famosa marcia dei 40mila che stroncò il più lungo sciopero Fiat?

Ne aveva quando ha iniziati la liquidazione di migliaia di posti di lavoro senza pensare ad alcuna alternativa economica per chi è rimasto per strada? E i soldi delle Assicurazioni Generali, della Ferrari, della Juve, quelli non fanno bilancio?

Dove sta questo suo rispetto, verso chi?
Per la pinacoteca che generosamente ha aperto al pubblico coi soldi del pubblico che ha lavorato 50 anni per lui?
Per i soldi devoluti all’Istituto di Ricerca sul cancro che nei suoi pamphlet dichiara chiaramente che la battaglia oggi è convivere col cancro (perché combatterlo alle origini significherebbe implicitamente riconoscere le responsabilità sociali degli industriali), pagare e farsi fare un bel trapianto nei loro ospedali?

Verso una città che ha monoliticamente governato con pugno di ferro per 50 anni, rendendola refrattaria a qualsiasi novità d’ogni tipo, appiattendola culturalmente e umanamente, sfregiandola urbanisticamente, devastandola socialmente con l’immigrazione di massa, reprimendo col sangue e col carcere le forme di opposizione sociale (qui nessun questore o prefetto o sindaco è mai stato eletto senza il consenso di Agnelli se dietro sua espressa scelta) così come qualsiasi forma di vita fuori norma?

Rispetto per chi ci ha inculcato l’idea che essere buoni voglia dire spedire pazzi, malati, vecchi e figli scomodi al Cottolengo, detenuti dalle suore, che essere generosi voglia dire dare la mancia per i missionari del Biafra e poi assumere gli immigrati dai caporali al minimo del salario e senza garanzie? I morti di lavoro tutti nello spogliatoio o in ambulanza, guarda caso mai in reparto, ma il panettone ai figli degli operai a Natale c’era sempre.
Ah, la grande dignità piemontese! La domenica in chiesa, sobriamente, e poi tutti a cercare di fottersi col sorriso sulle labbra. Come abbiamo apprezzato la sua lezione di stile, starà ancora ridendo.

D) Facciamo proprio la figura dei cinici senza cuore (sai che novità).
Intanto, diciamocelo chiaro, a parte i princìpi di cui sopra, tutti invidiavamo qualcosa di gente come lui: non ha mai avuto problemi di soldi, né li hanno avuti i suoi cortigiani, i suoi valletti, i suoi famigliari, servi, accoliti. Bello vivere senza mai dover toccare una banconota, tutto sempre gratis per sé e per la propria corte, una festa continua. Mica male.
Mai sudato per necessità, mai lavorato (la sua nomina a amministratore delegato era solo formale, la fabbrica l’hanno sempre retta i Valletta, i Romiti), nessuna preoccupazione per il futuro, mai toccato uno straccio o una scopa, una pentola, mai doversi preoccupare neanche di appendere la giacca all’attaccapanni, di aprire una porta, mai dovuto pretendere nulla, basta chiedere.
Mai nessuna fatica di routine, tutti i capricci soddisfatti. Tutto ciò che si può comprare è tuo.

Il segno del potere arrogante della Fiat si vede ancora benissimo: Tutti quartieri periferici di Torino sono stati fatti da loro, casermoni orrendi dove la vita è impossibile a meno di drogarsi o essere stanchi morti di lavoro. Ancora oggi, a stabilimenti chiusi, i semafori davanti ai cancelli sono ancora in funzione, sempre. Quelli davanti alla Fiat Mirafiori sono stati messi negli ultimi 15 anni, dopo una punta statistica di più di 5 morti in 6 mesi, prima erano troppo pochi.

Vaffanculo a te Gianni Agnelli, perché tutte le tue grandiosità, tutte le tue comodità le abbiamo pagate noi, chi lavorava e chi no, quelli a cui buttavi le briciole dal tavolo e quelli su cui poggiava il tavolo. Il bottino l’hai fatto sparire, tu e i tuoi famigliari e accoliti, e adesso sembra impossibile riprenderselo. Le tue scorregge le abbiamo dovute annusare tutti e ci ammorberanno per decenni.

Che tu possa risvegliarti sotto terra, assieme al cadavere di tutti quelli che sono morti lavorando a quella che chiamavano ‘La Feroce’, che tu possa risorgere e restare lì a gridare aiuto per anni. La vendetta, l’odio sono sentimenti sacrosanti. Nessuno me li toglierà.

Potrei esser stato più completo. Ho dimenticato molte cose ma solo a ripensare a tutto ciò mi sento stanco e vedo che mi sono fatto prendere la mano mentre volevo essere più distaccato, ma mi è impossibile.

Finisco con questa: c’è un detto cinese: "Oggi faccio un favore al mio cane: lo picchio e poi smetto".
Ecco tutto quello che genera tutta questa piaggeria verso un uomo di merda è ben spiegato in una frase.
Per chi voglia approfondire consiglio una sana lettura: De La Boétie, "La servitù volontaria", ed. Anarchismo.

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