mercoledì 21 gennaio 2004

La mia banda suona il panc!

Era l'alba degli anni 80 quando un paio di canzoni dei Sex Pistols e dei Clash mi cambiarono la vita.
Bene. La prima riga di questa storia è abbastanza cialtrona da definire appieno la mia vena poetico - letteraria.
All'epoca, dopo un anno sprecato in un liceo scientifico a fare poco o niente, con l'unica soddisfazione della scoperta di scioperi e occupazioni, mi ero iscritto, ripetente, al primo anno di liceo artistico.
In classe con me c'era un ragazzo, Bicio. Tra gente che non ha voglia di fare un cazzo ci si riconosce, in poco tempo diventammo amici.
Insieme facevamo le usuali spedizioni in Via Torino, per cazzeggiare e comprarci i dischi.
Durante queste spedizioni compravamo i vinili di Clash, Sex Pistols, Exploited, GBH, Stranglers, Ramones e Skiantos (ma anche Motorhead e, ehm, Iron Maiden lo ammetto...).
Va da sè che, con la scoperta di roba così intensa rispetto agli ultimi avanzi del cantautorame anni 70, all'appiccicosa melodia all'italiana, al pop da superclassifica sciò, alla pomposa masturbazione del rock da stadio, il punk non poteva che piantarcisi in fronte come un chiodo rugginoso.
Naturalmente, come farebbe qualunque 14/15enne che scopre la propria musica, decidemmo di fare una band e timbrare il nostro biglietto per garageland.
Dopotutto era punk, no? che ci vuole? i soliti tre accordi, come ci diceva Sniffin' Glue.
Il nostro gruppo non aveva ancora un nome, ma eravamo: io alla chitarra, Bicio al basso e Balda alla batteria. La voce non c'era, perché i cantanti sono tutte fottute rockstar. Balda era l'unico con esperienze musicali: aveva infatti suonato nei FleboAsmaRock quando aveva undici anni, partecipando al famigerato concerto alla Palazzina Liberty di pochi anni prima, il primo concerto di punk italiano a Milano. Quello di Decibel, Tampax, HitlerSS, ecc. (ma leggetevi il libro di Philopat per saperne di più). Insomma, mica cazzi.
Ma le cose per me non erano semplici. Tre accordi li sapevo fare, quello che non mi riusciva era ripeterli con la stessa frequenza, andare a tempo.
Oh, beh. Chissenefrega.
Andavamo a provare nella sala prove di un rasta, realizzata nella cantina di una lavanderia dove lavorava. Noi entravamo passando dietro alle enormi lavatrici, che in fase di centrifuga erano assai più ultracore di quanto avremmo mai potuto suonare...
Stavamo almeno un'ora in questa sala prove, tra l'altro notevolmente attrezzata, grazie al basso prezzo dovuto alla totale illegalità della situazione.
Il rasta si fece vedere la seconda volta, proponendoci una jam session. Io dissi che forse non era il caso dato che non sapevamo suonare, ma Bicio e Luca approvarono.
Naturalmente il rasta era un bassista, quindi Bicio gli cedette lo strumento. Luca, casualmente, accusò in quel momento una tendinite e rimasi io, come un pirla, con una Gibson Les Paul nera con 4 pick up cromati (prestata da mio cugino) e i miei tre accordi a cazzo di cane. Avevo quella chitarra da due giorni, non avevo mai suonato uno strumento a parte il flauto dolce alle scuole medie, ma Fra Martino Campanaro suonata con il flauto non è AFFATTO punk. E poi quel nome... flauto dolce. L'avessero chiamato "flauto bastardo" magari me lo sarei inculato di più. Oltretutto, in terza media, mi ero accidentalmente tagliato con dei cocci di vetro qualche dito e il mignolo aveva addirittura sette punti di sutura. E la cicatrice m'impediva la corretta chiusura dell'ugello responsabile del DO.
Già le note con il flauto le conti effettivamente sulle dita delle mani, se aggiungi che invece del DO mi veniva un soffio asmatico, che la prof di musica era una stronza rottinculo, non stupisce che abbia sempre avuto 4 in musica. Insomma, ho finito la scuola media solo perché sembra non si possa bocciare uno che è insufficiente solo in musica. Se no ero ancora lì.
Ma torniamo alla sala prove e alla jam col negher.
Sempre mio cugino (il prestatore di chitarra) mi aveva insegnato il giro di DO. Che più o meno è quello di Mi Piaccion Le Sbarbine degli Skiantos. Attacco quello e, in un delirio di onnipotenza cerco anche di cantare. A cantare i pezzi degli Skiantos sono bravo, riesco anche ad imitare la voce di Freak Antoni. Se mi impegno mi viene anche una pronuncia bolognese che in Via del Pratello mi prenderebbero per un local. Ma cantare e suonare insieme per me è impossibile.
Oddio, pure suonare e basta è impossibile.
Quanto a cantare, ci riesco. E se non vi danno fastidio continue stonature non faccio nemmeno troppo schifo.
Infatti al terzo accordo le dita mi s'intorcigliano nelle corde, il plettro si scapicolla verso il pavimento, una corda si rompe e, sicuramente, mi si sarà pure slacciata una stringa delle Tepa Sport.
Il rasta, compreso con chi aveva a che fare, saluta e torna su ad occuparsi di lavaggio, centrifuga, asciugatura e stiratura, occupazioni senz'altro più soddisfacenti del nostro sound.
Alla quarta prova troviamo la lavanderia chiusa e i muratori che ristrutturano.
Decidiamo di andare in uno studi professionale: Free Sound. Lì, ad un prezzo esorbitante, ricominciamo a riprodurre suoni disarticolati e rumori senza capo ne coda.
Però Free Sound costava troppo. Almeno per le nostre tasche di seconda liceo. Decidiamo così di costruirci la nostra sala prove personale nella cantina di Bicio.
Intanto si è fatto il 1984. Io e Bicio siamo all'ultimo anno di liceo e Alex (mio compagno di classe al liceo artistico) prende il posto di Balda dietro ferramenta e pellami. Nello stesso periodo avevamo conosciuto un po' di punx veri, del Virus, e acquistato un po' di fanzines dalla distro di Filopat e dal vecchio Zabriskie Point.
Ci sentivamo pure noi punx anarchici e decidemmo il nome del gruppo. Ma non lo dico, che mi vergogno. No, dai, lo dico: era S.P.A. Lo avevamo copiato dai P.S.A. (Punk Sound Against) vecchissimo gruppo sardo punk/hc. Il nostro significava, invece Società Pank Anarchici, scritto così e con ben tre A cerchiate. Lo so, è tristissimo. Eravamo giovani, che volete. Poi ci chiamammo pure IRA Punx, presumo parafrasando i RAF Punk (e qui la tristezza si fa insostenibile).
Andiamo avanti così per un anno con miglioramenti pressoché nulli.
Io, nel frattempo mi ero comperato una chitarra elettrica in un negozio in Via Torino, di fronte a Corneil's. La scelta si basava su di un unico punto cardine: era quella più economica, solo 120.000 lire. L'ampli era un valvolare preso usato scambiandolo con una bicicletta (a me non serviva più, che nell'85 avevo scoperto lo skateboard vedendo Max Bonassi e Fabricius fare i wallride sui muri del Virus di Viale Piave).
Intanto si era fatto l'inverno dell'85. Intanto mi ero iscritto all'università ad Architettura. Anche Bicio faceva Architettura. Alex no. Alex si iscrisse all'Accademia di Brera per fare il pittore boehmien (se si scrive così), e lasciò il gruppo.
Così, mentre cercavamo un nuovo batterista, cominciammo ad andare a tutti i concerti del Virus di Viale Piave. Alla batteria arrivò Luca, un vicino di casa di Bicio che si prestò a fare il punk per un anno buono, collaborando anche al primo numero cartaceo di I Don't Care! punkzine, che io e Bicio cominciammo a preparare in quel periodo.
Ma era arrivata l'ora per l'ennesimo cambio di nome: questa volta avevamo scoperto tonellate di hardcore americano, ed essendo il 1985 non potevamo che ispirarci ai D.R.I. (Dirty Rotten Imbeciles). Il nome, con una fantasia degna dei precedenti, diventò quindi - rullo di tamburi - B.S.C. (Brutti Sporchi e Cattivi) - il rullo di tamburi si spegne sconfortato - e questo restò fino alla fine.
Bisogna dire che non fummo gli unici, comunque. Tra 85 e 88 a Milano, c'erano pure i C.R.T. (Cheese Rotten Tortured - Formaggi Marci Torturati), i D.S.R. (Distorsioni Sociali Represse, che però erano di Crema) e millanta altri. Gli ultimi in ordine di tempo a portare la croce di un nome con la sigla di tre lettere presumo siano stati i D.D.I., ed ora quest'oscura maledizione penso (spero!) sia finita.
Ah, no! Ci sono pure i F.F.D. (Four Flying Dicks). Porelli.
Intanto, con l'università, avevo iniziato a frequentare assiduamente Virus e Leoncavallo. All'università, poi, avevamo messo su il Kollettivo Antagonista, che raccoglieva una manciata di anarchici, autonomi e cani sciolti del Politecnico.
Tra questi c'era Marcello, fuoricorso da non so quanti anni, saltuario frequentatore del Virus di Via Correggio, e chitarrista. Oddio, aveva suonato solo un paio di volte con i Blutz (a detta di tutti il gruppo peggiore che abbia mai calcato i palchi del Virus), ma sicuramente era meglio di me.
Io passai alla voce. Probabilmente fu questo, oltre all'allagamento della cantina / sala prove con mezzo metro di pioggia, a decretare la fine del gruppo.
Si, andammo avanti ancora per un po', con un secondo chitarrista, per un po' di tempo con Ivan alla voce (Ivan è famoso perché quando Syd dei C.C.M. si sguarrò la pancia in concerto al Leoncavallo - vedi copertina di "Costretti a Sanguinare" - fu l'unico a svenire alla vista del sangue), ma oramai non avevamo più voglia. O forse ci rendevamo conto di essere, irrimediabilmente, troppo marci pure per il punk.
Oltretutto mi divertivo di più a fare I Don't Care e a tenere la Virus Diffusioni (vedi post di qualche mese fa).
Feci un paio di altri tentativi con la musica suonata: la prima volta con gli Emergenze, gruppo che mischiava blues rock e punk una po' di anni prima dello stoner di Kyuss e Queen Of The Stone Age, cantandovi per un 2 - 3 settimane, prima di essere sostituito, per manifesta incapacità di cantare intonato, da Corrado (il buon vecchio Cyco Miko, infatti, prima di essere una star dell'hiphop con gli LHP fece un demo - che produssi io - e un paio di concerti con questo gruppo); la seconda volta con i Darkcore.
I Darkcore furono la cosa più vicina a un gruppo vero: muro del suono alla Napalm Death con stacchi di basso quasi funkeggianti, batteria potente e precisa, chitarra tra lo speed metal e i Negazione più veloci, io alla voce più grezza e grattuggiata che mi fosse possibile e attitudine il più possibile negativa.
Il gruppo durò qualche mese di sala prove, fino all'estate. Al ritorno dalle ferie seppi che il chitarrista, già da tempo in crisi depressiva, si era suicidato.
Il "nocciolo scuro" che portavamo per nome, dentro di lui, forse, pesava troppo.
Da allora ho venduto ampli e chitarra, chiuso il microfono in una scatola e rinunciato, probabilmente per sempre, a suonare.
Alla fine non ho mai fatto un concerto, se si escludono una 20ina di persone in sala prove, però sulle tavole del palco ci vado da 18 anni. Ma solo per fare stage diving!

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