giovedì 5 febbraio 2004

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR (terza e ultima parte!)

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR (terza e ultima parte!)

Di arcade e videogames ne sono usciti a migliaia, da quando uscì Pong.
Materiale per fare post su post ne avrei a quintali, ma siccome non faccio una rivista di gaming chiudo qui.
L'idea, per chi non lo avesse capito, era di parlare dei videogiochi da bar su cui da teenager spendevo la mia paghetta. Quelli che mi presero di più all'epoca e quelli che vorrei avere se decidessi di costruirmi un arcade casalingo. Ma forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di costruirlo: dato che oramai sono spariti da quasi tutti i bar, probabilmente stanno coprendosi di polvere in qualche magazzino. Magari basterebbe collegarci un computer, collegare i pulsanti alla tastiera e infilare la moneta (che tanto poi il gioco è mio e la moneta la riprendo!).

Here we go!


GALAGA

Paura e panico. Galaga era un gioco cattivissimo. Non come Sinistar, ma comunque cattivo. Eri tu con la tua astronavina, a sparare raggi laser contro degli uccellacci alieni e, alla fine di ogni schema, ti trovavi contro la madre di tutti gli uccellacci. Ogni volta lo schema era un po' più veloce e ogni volta più difficile.
A te restava la soddisfazione di sforacchiarne il più possibile, fare qualche bonus e riuscire ad agganciare l'astronave gemella per potere, seppure per pochi secondi, sparare doppi colpi a casaccio.
L'ho finito poche volte, ma pure questo l'ho finito.
E' probabilmente il gioco che mi sia costato di più. Arrivavo sempre al bar con le tasche piene di monetine e ne uscivo dopo meno di mezz'ora con le tasche vuote.




POLE POSITION

La mia prima formula uno in semi-soggettiva. La visione prospettica, il prato verde plastica ai lati, l'asfalto grigio scuro, i cordoli bianchi e rossi, il panorama di condomini in lontananza o di monti o di deserti.
La visione era sintetica e straniante, ma non ci si giocava per farsi le seghe sul medium e il messaggio, piuttosto che sulla rappresentazione iconica degli ambienti. Si giocava per arrivare primi.
Naturalmente si cominciava dalle qualificazioni. Era importante arrivare in prima fila, non tanto perché le auto più lente fossero difficili da superare, ma perché ti facevano perdere tempo e dovevi passare tutta la gara all'inseguimento dei due più veloci.
Ma se riuscivi a conquistare la prima fila era battaglia all'ultimo sangue, con i due inseguitori che ti soffiavano sul collo, mentre le loro auto, inquadrate dai retrovisori, scartavano per sorpassarti.
Era battaglia contro gli avversari ma anche contro il tempo. Entro il conto alla rovescia di 60 secondi dovevi passare i traguardi volanti, per poter continuare e non vedere il game over coprire la tua auto forma a bordo pista.
Adrenalina a mille nell'ultimo schema, con circuito notturno e pieno di curve.
Ma il premio, tre lettere del tuo nome nella classifica, valeva lo sforzo.




QUIX

Sei una specie di ragnetto triangolare e devi circoscrivere con la tua scia pezzi di superficie dello schermo. Puoi muoverti solo a destra, sinistra, alto e basso. O nord, sud, ovest ed est. O su, giù, di là e di qua.
A rendere le cose più difficili ci pensano una o due spirali in movimento per lo schermo e piccole scosse elettriche che partono sulla tua scia con modalità assolutamente random.
Il senso del gioco è ricoprire dei tuoi quadrati, rettangoli e figure complesse basate su angoli di 90 gradi, la maggior parte di superficie dello schermo possibile.
Per passare allo schermo successivo dovevi coprire almeno il 70% dello schermo.



Di questo gioco ne fu fatta anche una versione pecoreccia: nella versione che c'era nel bar vicino al mio liceo, compariva la foto digitalizzata di una giovinetta giapponese discinta. Ma del resto, all'epoca, ero minorenne pure io. Quindi non sembravo un vecchio maniaco bavoso. Magari un giovane maniaco con eccesso di salivazione e gli ormoni in subbuglio...
Completati tutti gli schermi apparivano le quattro foto delle nipponiche discinte, in uno sberluccichio di colori, flash e lampeggiamenti, attirando, naturalmente i vecchi bavosi del bar che, incapaci di giocare, aspettavano i giovani virgulti capaci di "spogliare" le biottone digitali.
Ora, probabilmente, lo stesso gioco vedrebbe le proteste del Moige, delle associazioni di psichiatri infantili.


COMMANDO

Derivato direttamente dall'omonimo film di Schwarzenegger, il videogioco perde un po' in varietà di riprese, quasi nulla nella trama ma produce, sembrerebbe impossibile, un volume di fuoco ancora maggiore.
Commando è il padre di tutti gli sparatutto in soggettiva. Sei in una giungla vista dall'alto, il tuo personaggio viene paracadutato in un punto imprecisato e da quel momento devi correre e sparare con tutto quello che hai a tutto quello che si muove, certo, a volte passa qualche "innocente", ma non costano troppi punti in meno, quindi se rimangono vittima, chissenefrega.
Diversamente da tutti gli sparatutto in soggettiva 3D, da Wolfestein a Quake, a Duke nuk'em, a tutti gli altri, non hai labirinti, porte da aprire e nemici nascosti, ma nemmeno stanze "sicure" e angoli fuori dalla linea di fuoco dove riposarti.
Qui hai un rettilineo dai bordi incerti, nemici che ti corrono incontro sventagliando il mitra e altri più lontano che ti sparano con il mortaio.
C'è un'unica regola: uccidere tutti, con il mitra o con le bombe a mano. Ogni tanto trovi casse di proiettili e le devi assolutamente prendere, che il tuo volume di fuoco è impressionante ma costantemente in diminuzione.
Dall'inizio alla fine del gioco non puoi staccare gli occhi dal monitor, non puoi fare nient'altro che picchiare su quel bottone più velocemente che puoi.
Adrenalina pura e zero ragionamento, proprio come il film. Proprio quello che mi serviva prima di entrare in classe per gli ultimi due anni di liceo...
Di solito, al bar all'angolo della via dove si trovava il mio liceo ci si trovava in 4 o 5 a fare una partita, uno dietro l'altro.
Un classico, quando qualcuno entrava mentre un altro aveva appena finito la partita, era citare una delle frasi finali del film, quando il colonnello dei marines arriva a recuperare Matrix / Schwarzie sulla spiaggia dell'isola:
Colonnello: "Matrix, hai lasciato qualcosa per noi?".
Matrix: "Solo cadaveri".
Che, detto da un paio di liceali 17enni...
Get a life, eh?

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