martedì 13 maggio 2003

BAD RELIGION
C.S. Macchia Nera, Pisa, un sabato di fine agosto 1989


Era la calda estate del 1989. si, proprio quella calda dello sgombero del Leoncavallo, quando io, Corrado, Antonio di Linea Diritta 'zine, un pò di gente della Whip, del T28, di Aspromonte, insomma: gli ultimi mohicani della scena hardcore milanese, decidiamo di lasciare il rovente asfalto della Milano da bere per presentarci, ribaltando il significato del noto proverbio toscano, all'uscio dei pisani.
Era il primo tour europeo dei Bad Religion, e la allora striminzita scena HC milanese contava assai poco nella programmazione dei c.s. milanesi, per cui fu impossibile vederli nella capitale immorale dei mazzettari.
Il primo appuntamento è allo storico "Due". A Milano c'è un solo indirizzo che puoi nominare con il numero (che il nome della via non lo conosce nessuno), Via Filangeri al numero 2. Per i forestieri, è l'indirizzo del carcere di S. Vittore. Quello stesso giorno il buon vecchio Teatro veniva scarcerato, in attesa del processo per lo sgombero del Leoncavallo, con i suoi anfibi autoprodotti, la cresta porpora e la fedina penale lievemente compromessa (resistenza aggravata a pubblico ufficiale, fabbricazione, detenzione e uso di armi da guerra, ma non fatevi ingannare dalle apparenze, è un placido e bravo ragazzo) e sul portone gli si comunica che sta partendo con noi per le lande pisane.
Secondo appuntamento in Stazione Centrale, per prendere uno dei famigerati carri bestiame che, Ferrovie dello Stato prima e Trenitalia poi, si ostinano a chiamare treni.
Il viaggio risulta normalmente disagevole, con il riscaldamento della carrozza in funzione, nonostante i 30 gradi esterni, ma noi si è un'allegra combriccola di esagitati 20enni e non ci si fa caso. Tanto i finestrini sono tutti aperti e i cacciaviti consoni al disvellimento delle supellettili treniche prontamente in funzione.
Qualcuno non è munito del necessario papiro ferroviario e a ogni passaggio del funzionario preposto al controllo dei documenti di viaggio prende posa supina sotto i sedili. Noialtri che, previdenti, siamo ricorsi alle immense arti falsarie della Luciana e disponiamo di tarocco identico al vero, ci spanteghiamo sui sedili nascondendo i clandestini in una selva di anfibi, All Stars e zanietti da teenagers (chè ebbimo l'adolescenza lunga).
La prima tappa è a Genova, dove la coincidenza per Pisa non coincide ma si procrastina nel tempo e nello spazio, essendo qualche ora dopo nell'altra stazione. Decidiamo di fare un passeggio per la famigerata Via Prè, dove ci facciamo chiassosamente notare. Ci facciamo notare pure troppo, tanto che la cassa comune, affidata alla tasca interna del cappello di Teatro viene visibilmente notata. Capiamo che s'appropinquia l'ora di far ritorno alla stazione e tosto procediamo.
Giunti allo scalo pisano (conosciuto precedentemente in un Pisa - Milan dei tempi di Anconetani e Farina) ci dirigiamo all'uscita senza la più pallida idea della direzione da intraprendere.
Fuori dalla stazione vi è una piazza con tanto di aiuole, marciapiedi, traffico e tutto quello che uno, in una piazza, s'aspetta.
In fregio al percorso carrabile vediamo un manipolo di giovani con magliette dei Bad Religion, zaini, borse e borsoni. Noi ci si rincuora e ci si appropinquia al gruppetto come cani pronti ad annusarsi le terga. L'intenzione è di chiedere ai giovanotti, visibilmente in loco per il nostro medesimo motivo, indicazioni ancorchè generiche per addivenire al Macchia Nera.
Prima ancora d'aver l'occasione di profferir verbo, uno dei giovanotti si volge a noi e chiede: "Do you know where's Macchia Nera?".
Era Greg Griffin dei Bad Religion. Ora che lo si vede in faccia non ha più l'aria dell'adolescente che aveva da lontano. Dimostra tutti i suoi 27/28 anni. Inconcepibilmente vecchio per dei neoventenni come noi.
A 21 anni il mio inglese non era quello fluente e colloquiale di oggidì, per cui tra me, Corrado e Antonio, si farfuglia qualche lemma consono a fargli comprendere la nostra assoluta ignoranza della toponomastica pisana. Oltretutto l'unica freccia visibile indica la direzione "torre pendente". Interessante meta, ma non utile a risolvere lo stallo.
I californiani ci fanno capire che dovrebbe passarli a prendere un locale furgonemunito per portrli al c.s.
Ci fanno capire, inoltre, che attendono sotto il sole da almeno 1 ora.
Ci fanno capire, infine, che hanno rotto il furgone da qualche parte in Germania e stanno proseguendo il tour in treno. In treno in Italia a fine anni 80, faccio notare. C'è da stupirsi se lo hanno poi completato!
Noi gli si fa compagnia mentre nel giro di svariate mezz'ore arriva un crestato pisano, col tipico cipiglio di chi è appena stato svegliato da un'improvvida pennichella. Inatteso, nello sgomento del furgonista, parte una selva di vaffanculo. Egli abbozza incredibili scuse: "stavo lavorando", detto con voce impastata e le cispe ai lati degli occhi.
La giuria popolare, essendo composta di alacre popolo meneghino, sgomenta, rabbrividisce e rimanda il pigro aborigeno laddove deve andare (cioè non soltanto verso il pisanico squat) e si allontana conscia di aver indugiato, non richiesta, negli altrui cazzi.
Intanto, essendo il primo pomeriggio ed avendo ore a pacchi da far passare prima dello show, decidiamo di fare visita al negozio Wide Records e a salutare il buon vecchio Pippo GDHC.
Avendone l'indirizzo e sapendolo non lontanissimo dalla trenica piazza il compito appare facilitato, pur se complicato dalle incomprensibili indicazioni degli aborigeni.
Dopo svariate svolte destre e sinistre senza costrutto alcuno, arriviamo alla sede Wideiana.
Il tempo scorre tra chiacchiere con Pippo e soci, acquisti di dischi e promesse di scambi di materiali sonori vari. Prima di uscire, però, non manchiamo di chiedere agli esponenti punk della variegata specie del commercio toscano indicazioni per il Macchia Nera.
Degni eredi di una tradizione locale di indicazioni stradali al confine tra il surreale e l'assurdo, sulla scia dell'aborigenato in precedenza incontrato, la risposta che otteniamo è più o meno qualcosa di simile a questa: "Gli è he tu prendi codesta straha, no qhuella!, oh he tu giri addeshra no alla prima ma alla sehonda sul laho opphostho. Sicchè tu arrivi indove vi è un phonte. Non phassi il phonte ma gli giri in hosta, chè la straha gli è piùllunha di hilometri setthraversi. Ma vai drittho, e poi sinishra, e poi la quartha addeshra dell'edihola della Nazione, he ci sta un fornaio, e indove la straha curva gli è il hancello del Mahhia Nera sull'addeshra".
Ovviamente alla prima svolta ci perdiamo e continuiamo a vagare come zombi in un film di Lucio Fulci.
Anchè l'adolescenza punk degli anni 80 ha comunque santi in paradiso, per cui San Moretti da Sessantasei ci manda un segnale, nelle fattezze di un flyer che pubblicizza la serata, per cui adesso abbiamo un indizio dell'esistenza del Macchia Nera su questo piano di realtà.
La visione del cancello scardinato ci da infine la certezza che noi e il Macchia Nera condividiamo le medesime coordinate spazio-temporali.
Il Macchia era un ex villa con parco rimasta abbandonata per anni. Aveva da poco subito un attacco dalla feccia fascia che infestava la zona, ed erano visibili i resti bruciati delle molotov tirate. Come se non bastasse il piromanìaco intervento delle merde, l'incuria la faceva da padrone: il parco era abbandonato a se stesso, dal soffitto si infiltrava acqua piovana e chi gestiva il posto si arrangiava come poteva.
Date le ridotte dimensioni dello spazio concerti nella villa il concerto si tiene nel parco.
Il palco esterno è una struttura che è quanto di più terrificante ci sia per un concerto punk, infatti il piano del palco è a quasi due metri d'altezza. In pratica, se sei sotto il palco, ti vedi le scarpe dei musicanti ad altezza faccia.
Il piano è posto su una serie di muretti di mattoni paralleli a un metro di distanza uno dall'altro e, per non lasciare in faccia alla gente la fila di muretti, il lato verso il pubblico è coperto da una parete di ondulie metallico, quello che generalmente si usa per coprire i tetti.
Lasciando da parte le considerazioni estetico-architettoniche, l'ora si fa tarda e il concerto va ad iniziare. Alla fine anche i Bad Religion hanno trovato la strada per il Macchia Nera...
Il concerto, naturalmente, porta i nostri cuori di givani virgulti accacì prossimi all'estasi: era il tour di Suffer e, dopo la debole prova del disco precedente, i BR erano tornati ad essere un gruppo stellare.
Va ricordato che all'epoca quello che ora viene chiamato hardcore melodico erano i Bad Religion o poco più: i NO FX facevano accacì classico, come del resto i No Use For A Name e gli Offspring, i 7 Seconds si erano persi in cattive imitazioni degli U2, gli RKL erano più o meno sciolti, la Epitaph aveva in catalogo ancora pochi dischi che vendevano poche migliaia di copie, la Fat Wrech era l'etichetta dei No Fx e basta, i Green Day erano un pugno di adolescenti di Berkeley che cazzeggiavano tra Telegraph Avenue e Gilman Street, pogando ai concerti degli Operation Ivy e dei Crimpshine.
All'epoca i BR non avevano fatto ancora 700 dischi, forse soltanto 200, per cui suonano quasi tutte le loro canzoni, vecchie e nuove (quindi più o meno 7/8.000).
Intanto, sotto il palco, il contingente Milano Hardcore domina il pit. Non si facevano windmill da frogi come gli sfighee che si atteggiano oggidì, ma mucchi umani di 20/30 persone che si gettavano dal palco una sopra l'altra. In uno di questi, l'Amanda viene estratta paonazza e con una manciata di costole incrinate e fratture scomposte.
Nei primi 10 metri davanti al palco non vi era nessuno che non avesse mai calcato i proletari marciapiedi di Lambrate, salvo un metallaro pisano completamente ubriaco, che pogava fuori tempo. Noi, infami come pochi, viste le sue precarie condizioni psicofisiche, lo incitiamo nella rovina danzereccia e morale. Dopo poco, poco dopo, egli scopre che lanciandosi contro la parete di onduline metallico con il proprio corpo produce un rumore tipo SBRRRAAAAAAAANNNNNGGGG!!!!!! capace di rivaleggiare con l'impianto audio del concerto.
Noi si accoglie con un "olè!" ogni SBRRRAAAAAAAANNNNNGGGG!!!!!! che risuona tra un pezzo e l'altro. Il givane lungocrinito, persa oramai ogni dignità e ogni senso del rischio comincia ad produrre i successivi SBRRRAAAAAAAANNNNNGGGG!!!!!! a testate con rincorse sempre maggiori. Arriva finalmente il premio alla nostra infamità: invece di uno SBRRRAAAAAAAANNNNNGGGG!!!!!! quello che risuona nel casuale silenzio totale della pausa tra un pezzo e l'altro è un secco THUD.
Dopo una discreta rincorsa e un tuffo a volo d'angelo, il toscanico metallaro aveva colpito l'onduline nel punto dove questo copriva la testa di un muro di mattoni.
La visione della persona stesa immobile per terra, sopratutto dopo un THUD così secco, intenso, sonoro, per qualche secondo ci aveva anche preoccupato, in fondo avrebbe potuto anche rimanere offeso nella sua integrità, ma la presenza di respiro e battito cardiaco consentirono l'ilarità generale.
Per festeggiare la scena indegna si offrì birra a fiumi all'indomito kamikaze.
Nel frattempo il concerto finisce, i BR vengono accompagnati da qualcheduno che li ospiterà e il MIHC contingent si ferma a dormire nel centro sociale.
I compagni pisani, in un impeto di generosità ci mettono a disposizione il salone del bar, dove una distesa di bicchieri di plastica rotti e pozzanghere di birra fanno da materasso alle nostre stanche membra. Io mi accomodo insieme ad altri su un tavolo, slalomando tra scoli liquidi di dubbia origine e rumenta assortita per dormire qualche ora. Tra un cazzeggio e l'altro si erano fatte le 5.00, e nel primo pomeriggio avevamo il treno che ci avrebbe ricondotto nella padanica metropoli.
La situazione era quella che era, per cui dopo un 3-4 ore di sonno siamo quasi tutti svegli, pronti a svegliare anche gli ultimi addormentati con lanci di rumenta.
La mattina ci si reincammina in direzione stazione, dove, tra gruppi di pisani che vanno a messa con il vestito buono, 15 punks lerci del bucolico pogo e pregni di fermentato aroma birresco fanno voltare più di un occhio e tappare la totalità dei nasi.
Ma la stazione è qui, il treno, questa volta diretto, pure, gli appennini si aprono all'orizzontalità padana e il cielo color pantegana dell'agosto milanese ci riaccoglie nel suo caldo abbraccio.

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