lunedì 15 settembre 2003

Il ritorno, da Oruro di nuovo a La Paz.

Nevica: è primavera
Sunday, 14 Sep 2003 01:45:50


Il Paese è in procinto di esplodere. Lo si sente nell'aria. nell'aria gelida di Oruro, ancora avvolta dalle tenebre mentre la lascio, quando inizia a scendere un pò di neve.
Lo si sente dall'inquietudine delle persone. Se qualcuno qui parla a voce più alta del previsto, i nervi sono talmente scoperti che può succedere un finimondo per una sciocchezza.
Devo tornare a La Paz, dove mi aspetta un'ultima conferenza (nella Vicepresidenza, questa... mica pizza e fichi...) e forse due interviste... diciamo "calde".
Mi sto rendendo conto che conoscere le persone giuste, avere il faccino angelico (pure con le lentiggini, visto che il sole quassù, senza che me ne rendessi conto, mi ha ormai bruciacchiata), essere occidentale e appoggiata da un'ONG conosciuta, apre innumerevoli porte, che in nessun altro paese potrei impunemente varcare, a prescindere dal mio carattere e dalla mia risaputa faccia tosta.
Si parte nel buio, dopo che mi stupisco ancora una volta del potere dei mezzi di comunicazione locali... durante la solita tiritera della contrattazione per il biglietto ho strappato un prezzo risibile mi sono sentita chiamata per nome dal bigliettaio, che mi aveva vista la sera prima in tv e mi ha pure chiesto l'autografo (io, che sono pragrmatica, avrei saltato la parte dell’autografo e avrei preferito ottenere direttamente di non pagare, ma tant'è...).
Si parte, ancor più infreddoliti e rannicchiati che nel viaggio d'andata, con le consuete scorte d'acqua e di viveri, per via dei bloqueos e dei cocaleros.
Appena fuori da Oruro mir rendo conto che il nevischio... si è tramutato in neve vera e propria: almeno 20 centimetri, ed il "carrozzone" che ci trasporta che ondeggia, che arranca, che mi fa temere non arriverò mai da nessuna parte.
Infatti ci blocchiamo non so quante volte. Fino a che non arriva quella definitiva. Il carrozzone si rompe e ci lascia in mezzo alla strada.
Io, la mia valigia rossa, una ventina di boliviani alterati come delle iene e una distesa sterminata di neve.
Per lo meno il tutto non succede nel bel mezzo del nulla, ma in una caotica località non meglio precisata.
I boliviani si arrangiano come possono e molti scompaiono in fretta, inghiottiti dai MINI, terribile istituzione che di li a poco dovrò provare anche io... Sono dei furgoni io credo dell'anteguerra, che sfrecciano dovunque, modificati: ci si dovrebbe stare in 8 massimo, ma VI GIURO che ci si viene stipati anche fino a 15 più valigia (o paccottaglia). Il MINI sfreccia, con un povero cristo appeso al portellone scorrevole che urla a squarciagola le tappe che farà (poi, di fondo, ferma DOVE VUOI tu). Il mio problema è che non so dove sono, dove vado, chi sono e cosa faccio.
Devo avere la faccia contrita, perché due boliviani si prendono a cuore la mia sorte e... comincia l'odissea di 3 ore che ci riporterà a La Paz, cambiando MINI, affastellandoci, ed addirittura, nell'ultimo tratto, che da El Alto scende verso La Paz, vedendomi appesa al portellone insieme alla strillona del MINI, ormai congelata, ma assolutamente adottata a pieno titolo dagli autoctoni.
Il bello di una cosa del genere, che di norma mi fiaccherebbe non poco e mi farebbe uscire dai gangheri, è che qui non riesco a non sorridere, a non incantarmi per i volti splenididi dei bambini locali, a non ridere come un'ebete quando vedo il cartello all'interno dello sciancatissimo MINI che invita a non mangiare all’interno, perché altrimenti si sarebbe dei veri porcelli...
Insomma: arrivo a La Paz, distrutta, ma elettrizata.
Si, perché La Paz con la neve è lo spettacolo più mozzafiato di questi miei 25 anni. Perché, in una pausa fra un MINI e l'altro, siamo pure riusciti a lanciarci qualche palla di neve. Ad approndire la situazione di El Alto, dove 20 contadini stanno facendo uno sciopero della fame perché il loro leader è stato incarcerato e nessuno muove un dito.
Dove i bloqueos che ci saranno a partire da domenica saranno epocali... Evo Morales (il leader del MAS, partito di opposizione,che rappresenta indigeni e cocaleros) ha DICHIARATO GUERRA ALLO STATO. E lo Stato pare averla dichiarata a lui ed ai suoi bloqueos, promulgando una legge che di fatto penalizza lo sciopero e le forme di sciopero mediante occupazione della strada imponendo fino a 8 anni di reclusione.
Arrivo a La Paz, insieme alla neve ed a quello che tutti qui considerano l'annuncio ufficiale della primavera. Si: l'ultima neve, porta via l'inverno.
inizio a prepare la conferenza della sera ed a stabilire i contatti per le interviste, valutando la possibilità di andare nello Yungas sabato e domenica (subtropico). Gli amici dell'ONG mi preparano una festa di "despedida", facendomi mangiare Lechon e gelato (ormai il cibo non lo commento nemmeno più, però con soddisfazione constato che il mio stomaco agguanta tutto... e NON so se è un bene...). Insisto: le ONG qui hanno giri e poteri che non ci si aspetterebbe.
E quindi veniamo a sapere per vie privilegiate che nello Yungas è meglio che io non ci vada... perchè i blocchi saranno massicci e si "prepara qualcosa di grosso".
La conferenza va bene e mi regalano fiori. Io mi sento galvanizzata dalle parole che spende per me Loyola Guzman (quella di cui parlavo nell'altra mail) e dal fatto che mi prenda come consulente l'avvocatessa di Marcelo Quiroga, giovane desaparecido 25 anni fa.
Finalmente arriva la conferma. Un'altra intervista per radio e poi.... blindata e con misure abbastanza sorprendenti per assicuarsi che proprio io e solo io vada all'incontro, potrò intervistare Antonio Peredo. Candidato l'anno scorso alla vicepresidenza, numero due dopo Morales. Cocalero. O meglio, l'intellettuale dei cocaleros.
Rappresenta il MAS. L'anno scorso, il partito dei cocaleros, ha perso le elezioni per la presidenza di un soffio (dico, ma ci pensate? Un cocalero presidente di una nazione...): 23% contro il 24 raggiunto dalla coalizione di MIR, MNR, ADN.
Peredo ha preso parte alla guerriglia negli anni '70, è stato prigioniero, esule ed ha perso due fratelli in quel contesto.
Ora, con questo partito, si oppone al modello neo-liberale che sta mettendo la Bolivia in ginocchio.
Mi racconta i fatti di febbraio: il governo vuole imporre un "gasolinazo", ovvero un'imposta diretta su ogni forma di carburante, anche se mascherata in questo modo. La pressione sale alle stelle e quindi interviene nel medesimo tempo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che consiglia.... di mettere direttamente un "impuestazo". A tutti i boliviani. A tutti quei boliviani il 70% dei quali vive sotto la soglia della povertà e che hanno un salario di 80 dollari al mese.
La gente reagisce. La polizia entra in sciopero, contro l'impuestazo. Il governo, allora, per sedare la rivolta, manda direttamente cecchini dell’esercito. 35 morti. Oggi sono sotto processo 10 militari e 4 poliziotti ed è in atto un vergognoso tentativo di fare passare tutto al foro militare (il che, ovviamente, significherebbe impunità completa).
Quando si scatena questo casino, il FMI decide che la Bolivia può resistere un altro anno senza impuestazo e le cose si calmano... per lo meno fino a gennaio.
Al borsino dell'FMI un impuestazo costa 35 vite umane: che ve ne pare?
gennaio non è un gran mese per i manifestanti. Nel gennaio scorso sono morti in una manifestazione campesina nello Yungas 22 persone per ferita da arma da sparo. Nessun processo è stato aperto fino ad oggi sull'accaduto. Il primo ucciso nel confronto militari-contadini, è stato un contadino, la mandibola del quale hanno trovato a 5 metri di distanza dopo lo sparo. Eppure non ci sono colpevoli...
Per quello che riguarda le due questioni calde (ovvero coca e gas), il signor Peredo, coaudiuvato dal giovane figlio (che, vi assicuro, è la copia identica, in bello, del Che!!!), me le spiega così.
Mi portano a vedere l'ambasciata statunitense a La Paz. E' un edficio mastodontico, scopro che è la seconda per grandezza (la prima è a Città del Messico) in tutta l'America Latina. E volete sapere perché? Perché la Bolivia è ESSENZIALE per gli Usa. Ci passa il narcotraffico da Peru, Cile, Argentina e Paraguay. Inoltre, il fatto che si parli del problema dell'eradicazione della coca... ecco, diciamo che da qualche pretesto utile al buon Bush. In Bolivia ci sono almeno 5 basi militari statunitensi.
Il Chapari (LA zona della coca per antonomasia) è sorvolato da elicotteri... Non sono boliviani, perchè qui ce ne sono due e per ragioni di emergenza. sapete di chi sono? Esatto... li guidano dei simpatici top gun della DEA. E' buffo che proprio i più strenui sostenitori della sovranità nazionale calpestino impunemente quella altrui...
Ossia: il problema droga consente la presenza militare statunitense costante nel Paese.
e sapete di 600 dollari di coca quanti ne restano in Bolivia? 100. 200 nei paesi di transito e... meraviglia: 300 vanno... negli USA!!! (avete indovinato!!!).
Chi mai avrebbe interesse a mandare in fumo (è il caso di dirlo) un affarone del genere? Nessuno.
In Bolivia, a differenza che in Colombia (dove la produzione di coca è un'importazione successiva nel tempo), la coca è un prodotto tradizionale, che serve anche per numerosi scopi medicinali e per farci il te e la coca da masticare (che serve per l'altezza e per sopportare 14 ore di lavoro in miniera...). La posizione dei cocaleros è la seguente: nel 2002, per aver combattuto il narcotraffico, la Bolivia ha perso UFFICIALMENTE 300 MILIONI DI DOLLARI (non di bolivianos....di DOLLARONI!!!).
L'economista Sachs, riconosce che la Bolivia sia il Paese che più e meglio compie le disposizioni di FMI ed antidroga, ma... lui stesso ammette che se non si provvede ad aiutarli in qualche modo a ristrutturare l'economia, compensandoli della perdita per un lato e lasciandogli la coltivazione tradizionale (quella, date retta a me... non la lascieranno mai), tutto è vano e fittizio.
Eh, eh... volete sapere che aiuto hanno mandato gli Stati Uniti l'ultima volta? Bene: sementi transgeniche (che qui sono proibite) e grano dichiarato cancerogeno nel loro Paese. Alle proteste hanno risposto che questo era quello che avevano da dare: o mangiar la minestra, o saltare la finestra...
Mentre parliamo esplode come una bomba la notizia che la polizia e l'esercito, nella notte, hanno preso il controllo delle strade dello Yungas, per cercare di impedire i bloqueos grossi che sono i programma lunedi.
L'atmosfera si fa concitata. Io capisco che è meglio andare, perché qui... stanno organizzando la resitenza dei campesinos e degli indigeni: costi quello che costi.
E io temo costerà tanto. Qui nessuno ha più nulla da perdere. E i nervi sono ormai scoperti.
Circa il gas. In poche parole... si è scoperto un'immensità a livello di giacimento di gas. Gli Usa vogliono prendere di saldo. Il cile e il peru pure. Qui non c'è la luce in buona parte del Paese. Le posizioni si spaccano fra chi dice: "cediamo ed arricchiamoci" (senza capire che si arricchirebbero si e no tre persone nel paese e gli altri, come da 500 anni a questa parte, verrebbero defraufati) e chi "usiamolo prima per noi e poi, visto che è tanto... facciamo un pò i preziosi nel concederlo e riconquistiamoci la nostra posizione internazionale". il Mas è con i secondi.
Saluto i due Peredo. e vado a sgranchirmi le gambe, esausta, verso il ponte del Valle de las Animas. E li scopro 10 anziane indigene accampate a scioperare in mezzo alla strada.
Dire che mi fanno pena (freddo e condizioni considerate) non è sufficiente. Sono loro 10, avvolte di stracci tipici e accasciate a terra, mentre 4 militari stanno lì a tenerle sotto tiro. Sono lì da 5 giorni e il governo non le ha ancora ascoltate. Bene, decido che lo farò io.
Vado a comprare 10 saltenas e le porto alle signore. MI accoccolo anche io fra di loro e mi faccio spiegare da quella che sembra più presente al mondo perché sono li.
Puzza in modo indescrivibile di coca: mastica le tipiche foglie e mi dice che nel suo villaggio non hanno la luce e non hanno più di che vivere. Ha saputo del gas e non vuole che ne venga privato il Paese.
E' vecchia, lo spagnolo lo biascica. Mi guarda incredula, come i militari (che, per giunta, sanno di NON potermi fare assolutamente nulla...) e ad un certo punto, come se dovesse rivelarmi chissà quale segreto, mi si avvicina all’orecchio e sussurra....
"Sai cosa non sopporto di questo sciopero? Che non posso lavarmi i vestiti. Mi sono dovuta mettere la gonna al contrario". E sorride, cercando comprensione femminile.
Io resto a bocca aperta: è ricoperta di cenci, non porta le scarpe ma calze buche (notare che io sono imbacuccata come l'omino Michelin...) e si preoccupa della pulizia personale.
E' una regina, penso fra me e me.
Supero lo stupore e l'imbarazzo e annuisco complice, per dirle che capisco. Poi le indico la neve e le ripeto quello che mi hanno insegnato.
"E' l'ultima neve, signora. Lava via le brutture e si porta via l'inverno. Coraggio, signora... E' primavera. E la primavera è una stagione di promesse. Verrà anche l'estate e forse manterrà".
L'abbraccio e me ne vado, scossa. Eletrizzata. Perché qui arriva la primavera, ed il Paese sta per esplodere.
Gabriella

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