martedì 9 settembre 2003

Seconda parte del diario peruviano.
Ho ricevuto oggi la prima mail dal La Paz - Bolivia. Le due parti peruviane sono state pubblicate con tre giorni di ritardo rispetto alla loro scrittura, quindi almeno 4 giorni rispetto agli avvenimenti descritti.
Per domani sarà postata la mail boliviana, quindi dovrebbero ridursi solo a 1 o 2 giorni il ritardo rispetto agli avvenimenti descritti...


Lima, Peru - seconda parte
Saturday, 06 Sep 2003 14:20:50


Lima può essere catalogata anche come una città strabica.
Si, perchè da un occhio, per inciso quello meno buono, guarda al suo passato, grande, degno, glorioso ed anche tormentato, come tutto quello che è intenso. Dall'altra parte guarda con invidia e cupidigia al vicino ingombrante. Agli Stati Uniti.
Un intero quartiere di Lima (Miraflores), se non fosse per qualche folcloristico negozietto e qualche mendicante qua e la, è assolutamente fuori dal tempo. Perché appena ne varchi le soglie ritorni in Peru. Ma mentre sei a Miraflores... sei in una propaggine di Miami.
Centri commerciali che sarebbero all'avanguardia anche per l'Italia, locali a non finire, case assolutamente degne di tale appellativo, hotel e sedi di importanti multinazionali (per inciso, uno dei palazzi più alti, moderni ed imponenti è della... TIM!!! Ora, io dico: se qua nulla è alto, un motivo ci sarà, no? certo che c'è: i terremoti. Ma pare che gli architetti assoldati per costruire il mastodonte moderno non se ne siano dati per intesi... Spero solo in bene).
Ieri notte ho scoperto questa parte di Lima, che pur in questa sua tensione esasperata verso il futuro, mantiene qualcosa di tipico.
L'amica della Croce Rossa (Marisela), mi ha portato ad un concerto di Susana Vaca, la maggior esponente della musica criolla.
Quando mi ha invitata, confesso, ho accettato più per curiosità intellettuale e gentilezza che altro, già dentro di me maledicendo le ore di flautini che mi aspettavano: si, pensavo la musica peruviana fosse solo quella che ha invaso le piazze italiane, i mercatini. Quattro indios bassi e mal vestiti che soffiano nelle loro zampogne (qui si chiamano così). Bene: sono un'ignorante.
Il Peru è una nazione che si basa sulle differenze: ha le Ande, la città (un mastodonte nel quale stanno 8 sui 24 milioni di abitanti), il deserto e l'amazzonia. A queste zone corrispondono "caste e razze", secondo come loro stessi le percepiscono: i peruviani, rei confessi, sono fieramente razzisti.
Quanto più bianco sei, tanto più vali. E non ti mischierai mai con quelli più cholos (indios).
Ci sono anche i neri (tipo Africa, per intendersi).
Nella musica criolla, tipica della costa, confluisce tutto questo: un insieme strumentale di semplicità disarmante... chitarra, basso, percussioni e cajon (che altro non è, letteralmente, che una cassa di legno messa al contrario, su cui un nero mastodontico suda all'infinito portando in vita il legno). E poi la voce di questa donna nera (cioccolato, diciamo), di una certa età, ma con movenze capaci di trasmettere energia insperata.
Nella musica criolla abitano i ritmi delle percussioni africane, della samba, della salsa, del jazz, del blues. Insomma. Sono rimasta senza fiato.
Il tutto in un locale vecchio stile: si chiama Satchmo. E c'era un pubblico ugualmente diviso tra occidentali e peruviani (ricchi, ovvio, anche se fuori, c'erano molti estimatori poveri...). Un buco fumoso, dove nell'attesa del concerto, a servire sono solo neri con frac, mentre in sottofondo suona il grande Armstrong (qualcuno di voi saprà che io non rispondo di me quando ascolto What a wonderful world...).
Marisela, l'amica della Croce Rossa, conosce il chitarrista (che poi, al termine, starà con noi, suscitando certo scalpore... pare che dovunque vada io non possa stare lontana da musica e musicisti... eh, eh) e quindi ci riservano il tavolino migliore. E siamo una rappresentanza nutrita: io - Italia, Carolina - Spagna (ora pero' vive in Cile e si occupa dei processi per violazioni dei diritti dell'uomo: a proposito. Al momento in Cile, 3 ragazzi sono in ospedale, per essere al 17esimo giorno di sciopero della fame per via di una nuova legge approvata dal governo Lagos, che DI FATTO, garantisce l'impunità per buona parte dei colpevoli sotto il governo Pinochet. L'attuale comandante in capo della polizia cilena, ha una causa pendente per avere ucciso a freddo, sempre sotto Pinochet, due bambine di 5 e 8 anni la vigilia di Natale, perchè avevano visto qualcosa che non dovevano vedere...), Emmanuel - fancese (visita i detenuti per controllare il rispetto delle condizioni minime nelle carceri) e Maurice - svizzero (amministratore croce rossa, in partenza per l'Angola, ora).
Altri occidentali presenti in sala: l'ambasciatore della Gran Bretagna, e quello del Canada.
Inizia la musica e ci si perde: si fanno le due del mattino senza nemmeno rendersene conto.
Nella sala fluisce il ritmo, insieme a litri di pisco-sour (io limonata frozen...). Non si riesce a restare fermi, a non farsi trascinare. A non sentire che è una musica vecchia di secoli. Che scorre in ciascuno di noi. Infatti alla fine siamo tutti in piedi, in un ballo che ti nasce da dentro.
Bene, ragazzi: America Latina batte europa 100 a zero.... Hanno un ritmo, un'energia, una percezione felina del movimento che noi nemmeno in sogno.
Però è bello. Tutti insieme.
Non importa per una volta chi è chi, chi appratiene a quale classe.
Cholos, negros (non sono io razzista, lo dicono loro fieri), lechosos (saremmo noi...) y andinos. Si balla e addirittura le categorie sociali qui si invertono (il piu' legnoso in assoluto era l'ambsciatore inglese). Si sa che fuori Lima è questo prodigio di contraddizione. Si sa che appena finirà la musica il letto in cui dormirò io sarà migliore e più sicuro di quello dei musicisti. Ma non importa ora. Non importa l'orrore, non il passato, le miserie del presente o la paura del futuro. Ora, è ritmo.
Finisce e tutti scemano lontano. Usciamo nella notte limeña e alcuni vogliono andare... udite udite... in un pub irlandese.
Vi giuro. Mi ha shoccata a sangue. La musica era tanto orribile quanto da noi in alcuni postacci. Solo cose statunitensi. Le più conosciute e rumorose.
Solo europei un pò alticci che corteggiavano le poche peruviane - high society presenti, oserei dire stuprate nella loro bellezza da trucchi che cercavano di renderle più europee possibile.
Ballavano, la nostra musica. E parevano marionette orrende. Sembravano albatros costretti a camminare (se mi passate la citazione).
Ho retto per un pò. Poi ho guardato sconsolata Marisela, che ha capito, e siamo uscite. Una camminata nell'umido, mentre pochi mendicanti (bambini di 4-5anni) tentavano di venderci improponibili caramelle. Li avrei voluti portare via tutti: dalla strada, dal freddo. In un qualunque altro posto. Dove raccontargli di quando questo paese era grande perché aveva una storia ed una dignità sua.
I taxi sfrecciano a lato, cercando di raccimolare i 5 soles di una corsa notturna. Ma ho bisogno di camminare. Di capire perché questo fascino per qualcosa che non appartiene al paese. Perché cercare la ricchezza in una canzone di Eminem o nel primo Mc Donald's aperto. Perché pagare solo in dollari. Perché vendere l'anima?
E' un paese che devo ancora capire, questo è sicuro.
Questa mattina mi sono svegliata con il solito freddo e ho riempito il mio zainone. Fra poche ore atterrerò a 4.500 metri (l'aeroporto più alto del mondo): La Paz, Bolivia.
Questa mattina pare che i peruviani (limeñi) abbiano di nuovo dimenticato le razze, la classe e le differenze e la fascinazione perversa e malata per l'occidente pigro e che non sa ballare...
Tre uomini: un nero, un cholo ed un lechoso. Tre calciatori. Oggi gioca il Peru, contro il Paraguay, per la qualificazione mondiale.
Tutti sono peruviani. Tutti sospendo il fiato. La miseria può aspettare, niente scioperi oggi...
Io parto. Mi raccomando, tifate Peru!

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