lunedì 29 settembre 2003

Continua ancora il diario sudamericano, sempre in Perù, ma ancora con notizie sulla situazione boliviana, ancora in tensione e sull'orlo della battaglia. Ricordo a tutti i lettori del blog che ne abbiano l'occasione di far girare il più possibile informazioni sulla situazione boliviana.
I post che avete letto qui in questi giorni, inoltre, dovreste presto trovarli su Indymedia, anche se al momento non ho capito ancora bene dove e come (e dire che me lo hanno anche spiegato...).
Come potete leggere nel post che segue e come già detto negli scorsi giorni, su giornali, radio e televisioni continua a non uscire un emerito cazzo di niente. Della notizia di qualche negro o qualche aborigeno andino morto, evidentemente, i giornalisti se ne fottono. Non si risentano poi se l'unico utilizzo utile per i loro giornali e per i loro articoli di gossip mondano - culturale - politico, sia il riciclo per l'igiene personale in caso di emergenza...


I volti del Perù
Saturday, 27 Sep 2003 20:07:38


E' sabato. nella piazza sottostante il mio ufficio c'è una festa e quindi, il fatto di dover lavorare pure oggi, è quanto meno compensato dalla musica costante.
E' sabato. Qui è cominciata la primavera, ma, se devo essere onesta, non è tanto chiaro... ovvero, Lima continua ad essere umida e grigia senza tregua e senza sosta.
Devo almeno dire che il mio umore è migliorato, grazie a molte mail che ho ricevuto da alcuni di voi. Non mi piace scrive in gruppo, già ve l'ho detto: lo ribadisco e me ne scuso, ma davvero non ho molto tempo e molte occasioni e quindi cerco di approfittarne quando posso, sperando che me ne scuserete. Appena intravedo uno spiraglio rispondo personalmente.
In ogni caso il mio grazie collettivo per avermi fatto sentire che qualcosa, di quello che succede da questa parte tanto lontana del mondo, vi importa.
MI avete confermato, più o meno da tutta Italia, che non ci sono notizie sui mezzi di comunicazione principali di quello che succede in Boliva. Mi scoccia dirlo per gli amici orobici, ma pare che l'unico giornale su cui è comparso qualcosa (e, giuro, non so spiegarmi come ne perché, sia Bresciaoggi).
Io da qui ho cercato di mettermi in contatto con tutti gli amici giornalisti ed ho proposto di passare informazioni aggiornate e veritiere.
Mi spiace dirlo, ma i nostri giornali principali sono più interessati al matrimonio di quello scimmione del figlio dei Savoia (a proposito, non ho capito chi sposa...) che al sangue che si versa da questa parte del mondo.
Il Corriere della Sera, dopo aver mostrato un tiepido interesse nella cosa, mi ha poi risposto che si era consultato con il suo inviato ufficiale in America Latina, il quale non gradiva che altri scrivessero al posto suo.
Ora: io non scrivo certo come un giornalista, e non mi potrebbe interessare di meno di rubare il posto a nessuno, ma penso che siano cose che si debbano sapere.
Volete sapere, ad esempio, dove si trova adesso l'inviato ufficiale del Corriere per tutta l'America Latina? In Brasile. Io penso di potere azzardare che sia pure a prendere il sole su qualche sontuosa spiaggia di Rio.
E... lo capisco. Mollare sole, cocktail e belle donne per andare al freddo in Bolivia non doveva proprio interessargli.
Anyway... in qualche modo, queste mie lettere stanno raggiungendo grazie a voi una serie di persone. E il mio grazie, vuole essere anche quello degli amici boliviani che quando possono mi scrivono delle mails per aggiornarmi sulla loro situazione e per dirmi quanto è importante per loro sapere di non essere dimenticati.
Allora. Va detto che c'è stato un calo della tensione. Il bilancio, per ora, è di 6 morti (5 civili, contadini indigeni ed un militare), una cinquantina di feriti e fino a questa mattina più di trecento persone tenute come ostaggio in un bloqueo.
146 degli ostaggi sono stati lasciati andare. La Paz è stata completamente isolata per 10 giorni e non arrivava nessun prodotto agricolo, mettendo in ginocchio i consumi della città.
Il MAS, partito di opposizione, visto che le cose si stanno calmando, ha chiamato ad un inasprimento della cosa per il 30 di settembre. Alcuni all'interno del sindacato principale del Paese inziano a cedere e quindi, per spaccature interne, la situazione permane dubbia.
Cile e Germania hanno invitato i propri cittadini a non recarsi in Bolivia.
Una cosa che mi stupisce, è che non solo in Italia (che, in effetti, è ben lontana) si tacciono queste cose, ma anche qui in Perù non se ne parla molto. Io cerco di giustificarlo con il fatto che qui già hanno i loro problemi di scioperi quotidiani. Poi però vengo a sapere che all'interno della stessa Bolivia, nella città di Santa Cruz, che sta nel tropico, percepiscono come qualcosa di lontano quello che accade nel resto del loro Paese.
Inizio a pensare sia questione di prospettive, e che questa miopia sia pericolosa. perché il sangue, vicino o lontano, è sempre sangue.
In Bolivia, come in Perù.
Forse le cose cambieranno, a piano. Forse cambierà tutto per poi ritornare ad essere come era. L'unica certezza è che qui la gente è dilaniata fra il voler abbandonare passati troppo recenti fatti di dittature, morti e torture ed il non dimenticare.
Lo vedo ogni giorno negli occhi di chi mi circonda.
Nei volti del Perù.
Nel volto del taxista che l'altro giorno mi ha detto che vorrebbe avere una figlia come me... ridendo come un matto dal momento che lui era nero come il carbone. In effetti stavamo conversando circa il razzismo in Perù e lui mi spiegava come non importa che lui abbia una laurea o meno.
E' nero ed ha 40 anni: per la società peruviana, è un "jodido". Non è fine, ma devo tradurlo per quel che significa: "fottuto".
Lavorava per un'impresa, ovviamente non un posto di rilievo, ma almeno poteva guadagnare degnamente. Poi Fujimori decise di privatizzare e lui, insieme a 1.420 persone, perse il posto di lavoro.
Ora ha 42 anni. E in Perù assumono solo persone che ne hanno fra i 20 ed i 30. Ti va ancora peggio se sei nero.
Qui esiste tutta una scala che io non riesco a capire: cholos, morenos, negros, mestizos.
Vi dirò... per me sono tutti peruviani. Per loro io sono una reginetta, destinata ad arrivare ovunque io voglia, per il semplice colore della mia pelle.
Questo razzismo è ad ogni livello. Permea il Paese e credo ne causi una buona parte dei problemi: troppo divisi dal colore della pelle e dall'estrazione sociale per cercare di sondare a fondo le questioni e risolverle.
Lima, come già raccontavo, percepisce tutto quello che è al di fuori, come un altro mondo. E parla con disprezzo di selva e sierra. A dire il vero, Lima centro, già parla con disprezzo di tutto quello che stia un poco distante. Penso tutti mi percepiscano come una mezza pazza bizzarra quando chiedo di vedere quartieri come il Callao. Sono quartieri poveri. Quindi proprio non si capacitano del perché io voglia vedere quelli. Del perché io voglia mangiare per strada o all'osteria e non da Mac Donald's o in qualche ristorante per turista.
Mi assecondano, sempre perché sono reginetta, ma non mi capiscono, questo è certo.
L'unico mio capriccio a cui si sono opposti con forza è stato quello di passare almeno in taxi, a Barrios Altos. Il quartiere di una celebre strage ai tempi di Fujimori. E' un quartiere talmente pericoloso, che nemmeno i taxisti ci vanno. E io li capisco e rispetto...
Il mio simpatico "papà adottivo peruviano" mi ha portato in una serie di posti per diverse interviste, e, mentre commentavamo il caos che scorreva fuori dal finestrino (notare: lussuoso taxi maggiolone Volkswagen d'epoca, tutto truccato, con scritte ovunque "il signore mi ama", "solo Lui sa quando ce ne andremo" ed una chicca imperdibile, ovvero una cavernetta con Gesù collegata al freno dell'auto, che, appunto, quando frena, si illumina), mi ha parlato un pò di questo strano Paese. Che odiava Fujimori, e lo ha visto andasene come una liberazione. Ora odia Toledo perché non fa nulla e lascia che molta gente muoia di fame. E inizia a rimpiangere... Fujimori, tanto che in un'inchiesta, il 30% della popolazione ha dichiarato che lo voterebbe se tornasse.
Il volto del Perù è come il mio taxista di carbone: ride come un matto ed a tratti gli spuntano le lacrime dagli occhi. Quando mi racconta del terrorismo, degli apagones (blackout). Sendero diceva che doveva lasciare tutti al buio, creare il silenzio, perché tutti potessero ascoltare. Il mio signore nero come il carbone, mi racconta che Sendero ottenne esattamente il contrario. Ovvero: quando saltava la luce, tutti si riunivano insieme e passavano il tempo a parlare per farsi forza. per inciso, a parlare male di Sendero.
Il volto del Perù è quello di josé, il tuttofare del ufficio dove lavoro, che a sua volta mi ha adottato.
Oggi, sapendo che dovevo lavorare nonostante sia sabato, è venuto in ufficio a sua volta, perché non vuole che io stia sola. Perché non si sa mai se qualcuno entra nell'ufficio. Ci sono ancora scioperi e quelli che partecipano allo sciopero dei costruttori, ci vanno con gli arnesi del mestiere, che quindi non disdegnano di usare...
Il volto del Perù è questo ragazzo che puliva l'ufficio. Ed ha imparato a usare il computer. Ora lo hanno assunto come segretario e può mantenere sua moglie e suo figlio. Può fare studiare suo figlio.
Anche lui passa tempi duri. e ne ha passati di peggiori. Era nell'esercito ai tempi di Fujimori. Non gli è mai toccato dover uccidere nessuno. Ma sa che poteva succedere da un momento con l'altro.
Perché tanti suoi compagni hanno dovuto farlo. Lui sa che è un ordine sbagliato, ma sa anche, da ex militare, che se non obbedisci agli ordini, tu fai una fine ancora peggiore.
Me lo racconta, ma si vede che gli duole un posto non meglio precisato fra mente e cuore, mentre rivanga certi ricordi.
Il volto del Perù è la signora delle pulizie che lavora qui. nera, anche lei, ovvio...
L'altro giorno mi ha sentito che dicevo di non aver ancora mangiato un ceviche (pesce crudo, piatto tipico di Lima, la cosa più piccante che mi sia mai capitato di provare...). Ha sentito che dicevo che oggi avrei lavorato.
Quindi... mi ha portato del ceviche. Ma non si è fermata a mangiarlo con me, come la supplicavo: perché "non sta bene"che lei mangi con la doctora (che sarei io)... Lei ha il suo cantuccio nascosto qualche piano più sotto.
Il volto del Perù è questa gente generosa. Che si fa in quattro per me, senza avere nulla. E mi fa sentire un marziano, che non sa donarsi con la stessa semplicità che hanno loro.
Io sarei qui per insegnare, ma sto apprendendo.

Sto imparando a dimenticare il dolore nei canti e nei balli tipici. A rimboccarmi le mani e non fermarmi.
A sperare, perché è l'unica cosa che ti resta.
Anzi, no. Non è l'unica.
Quando non ti va nemmeno di sperare, mi stanno insegnando, ti siedi, ti bevi un pisco sour (che nel mio caso è una chicha morada) e ti mangi il tuo ceviche.
Piangi... ma puoi sempre dire che è il piccante del ceviche.
E poi, quando ti alzi, sai che stai ricominciando.
Che puoi sperare.

Un abbraccio forte, Gabriella

PS dalla settimana prossima (magari per molti è un sollievo...) scriverò meno, causa maggiori spostamenti. Dovrei vedere Ayacucho, la provincia più povera del Paese, dove Sendero è nato, poi scendere nel deserto di Atacama, ai confini con il Cile, poi salire tra i vulcani di Arequipa. E di nuovo ai 4.000 metri di Puno e Cuzco, passando per villaggetti di montagna, dove mi hanno trovato contatti. Arrivare lassù, al Machu Pichu, dove gli uomini si sentivano più vicino a dio.
Chissà se qui qualcuno si ricorda ancora quei tempi???

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