sabato 25 ottobre 2003

Ultima puntata del diario sudamericano di Gabriella!

Ed ora...il diluvio. Solo il diluvio.
Saturday, 25 Oct 2003 00:22:53


E' morto il re, viva il re.
Il presidente della Bolivia è cambiato, in seguito a 86 morti, blocchi delle strade e una tensione sociale che ha sfiorato la guerra civile. Se ne è andato con la famiglia negli Stati Uniti.
Da lì promette che "aiuterà" il "suo" Paese. Ignoro cosa intenda.
La Bolivia ha un nuovo presidente ed un nuovo team di ministri.
La Bolivia è in ginocchio. Ma ora spera nel miracolo. Se devo essere sincera sono piuttosto scettica. Per il semplice motivo che non credo una persona potrà da sola risolvere problemi endemici. E nemmeno potrà farlo con la fretta che le impongono partiti di opposizione e gruppi come campesinos e cocaleros.
Però... questo succede e questo è quello che va affrontato. Trovo emblematico quanto succede ora a La Paz. Metà città è ricoperta da una nube di fumo che è rimasta dopo gli scontri. Sinistro, ma anche di buon augurio. Solo metà città è nelle tenebre e nel puzzo dei lacrimogeni. Il resto, può alzare la testa a quel cielo immensamente blu e tanto vicino...
Vedremo, insomma.
Per ora il nuovo governo ha deciso che non processerà in alcun modo l'ex presidente per gli 86 morti. Aspetto di sapere chi saranno dunque gli imputati...

Scrivo da Cuzco, dove sono tornata dopo essere stata nell'Amazzonia peruviana. Per la precisione a Puerto Maldonado.
Avevo lasciato tutti a Puno, a 4.800 metri. Da là me ne sono venuta a Cuzco. Capitale turistica del Perù.
Devo ammettere che mi ha molto delusa. Vengo da mesi di incontri con persone vere, che mi fanno conoscere realmente se stesse ed il loro meravgliso paese. Qui a Cuzco l'unico ruolo principale lo gioca il turismo e lo senti in ogni cosa. Cuzco era il centro del mondo inca e venne stuprata dagli spagnoli, che distrussero il 95% delle costruzioni inca per edificare tutto quanto rappresentava il loro arrivo.
Oggi, visto il resto del Perù, sembra la Disneyworld locale. Tutto è business.
Però non potevo esimermi dal salire fino al Machu Pichu.
Prima sorpresa, dopo che un treno assurdo che sale a zig zag per la montagna mi porta nella città dimenticata e scomparsa (l'hanno ritrovata solo nel 1911): Machu Pichu è in una valle, che già sembra amazzonia. Vegetazione verde e lussureggiante, piante e fiori che noi forse abbiamo visto qualche volta in un documetario.
Rimango a bocca aperta e visito con reverenza queste rovine. devo ammettere che hanno un'energia tutta loro e che si resta sconvolti per tanta bellezza. Fra vette iponenti. Disturba solo il flusso continuo e rumoroso di turisti da tutto il mondo.
Il Machu Pichu è patrimonio culturale dell'umanità. Visitarlo costa 20 dollari.
Ho visto ed ascoltato letteralmente persone da tutto il mondo. Ho visto pochissimi peruviani.
E allora mi sono chiesta. Se è patrimonio dell'umanità, perché parte dell'umanità e, precisamente, i discendenti dei reali abitanti del posto, non potranno MAI visitarlo (20 dollari sono qualcosa che qui NON si possono permettere...)? Misteri della fede. O del business.
Una sola cosa è emblematica. Fujimori voleva vendere l'intero sito ad una multinazionale... statunitense.
Quel giorno stavano girando una pubblicità della birra all'interno del complesso di rovine. Cadde una gru delle riprese. E scheggiò il prezioso altare dell'osservatorio astronomico. Da quel giorno venne abbandonato qualsivoglia progetto di privatizzazione di Machu Pichu e fu cintato l'altare.
Segni? Credo di si.
Di fronte al Machu Pichu, che significa montagna vecchia, sorge il Wayna Pichu, (montagna giovane). Volendo si può salire. E vi pare che io non voglio?
Solo che, da brava svagata, arrivo alle 3, mentre l'orario ultimo per l'ammissione sono le 2: dopo diviene pericoloso per il buio e perché è una via molto ripida.
Ma io sento la climber che è in me palpitare ed inoltre sento che è un luogo magico, che non posso perdere.
Quindi, senza ritegno, sfodero le peggiori doti italiche... che però permettono l'ascesa fuori orario. A patto che faccia tutto in 40 minuti, quando il tempo previsto sarebbe 45.
Sono salita correndo. Il cuore mi scoppiava, il fiato se ne era andato oltre.
Ma la magia del vento in faccia, del dominare cime spettacolari e di starci... da sola, mi ha fatto sentire unica, privilegiata. COme, di fondo, ero. Non lo dimenticherò mai. Lassù, lontano dai turisti vocianti e plastificati, senti solo il vento. Il sole sulla pelle.
E la fatica. Senti cosa dovevano provare quei poveri cristi che hanno portato tutte quelle pietre per erigere scalinate impervie ed improponibili. Senti che questi inca erano in un certo senso magici. Senti che tutto il tuo viaggio prende un senso.
Poi scendi.
e ti tocca dormire nel paesello di Aguas Calientes, in pratica una gabbia dove spennare i turisti che vogliono restare fino a tardi alle rovine.
Giusto il tempo di dormire in un luogo con acqua e luce intermittenti,e il giorno dopo via nella "foresta amazzonica alta" a scoprire le cascate di Mandor. Un luogo magico. Una vegetazione che stordisce da quanto è verde.
L'incontro con la signora Nelly, che, non raggiunta dal turismo di massa, è ancora una persona splendida che cucina banane fritte appena raccolte e che mi aiuta finalmente ad allontanare i maledetti insetti che mi stanno martoriando.
In effetti inizio a realizzare che sono quasi nella selva, che gli insetti paiono gradirmi anche troppo e che io... non ho vaccinazioni. Speriamo bene.
Al ritorno da Mandor capisco cosa significa "tempesta tropicale": acqua che inizia a scorrere all'improvviso, con una forza primitiva, che non ti da tregua, che bagna le ossa. E tu non puoi che camminare. Altrimenti sei perduto.
Ma l'Amazzonia mi aspetta a Puerto Maldonando, dove mi porterà un aereo.
L'aereo sorvola l'Amazzonia e tu ti perdi in questi disegni che dall'alto sconvolgono: verde a perdita d'occhio, solcato solo dai precisi disegni del Rio delle Amazzoni e dei suoi affluenti. Quello che colpisce è che l'acqua che vedi è... rossa. Ed inizi a sentire che stai per arrivare dove scorrono letterlamente le vene della terra. Senti risvegliarsi in te qualcosa di primitivo. Qualcosa che non pensavi di avere.
Dal nulla appare Puerto Maldonado e l'aereo inizia a planare. Si atterra: una baracca nel mezzo della foresta. Apertura del portellone e milioni di zanzare che ti danno il benvenuto.
Si sale su un autobus del '15-'18 che dall'aeroporto porta al porto vero e proprio. 40 minuti di sterrato, in terra rossa, dove scorazzano bimbi a piedi nudi, dai tratti del volto che ti conducono direttamente a dove sei... al principio o alla fine del mondo. Primitivo. originario.
Puerto Maldonando è una cittadina di porto, appunto. Con un'atmosfera vagamente losca. Molto povera.
Dopo innumerevoli sobbalzi in un caldo che solo quest'estate avevo provato (ricordate i 40 gradi umidi???) e rendendomi conto che le zanzare mi martorieranno e che, mancandomi la vaccinazione,mi devo rassegnare, si arriva al porto. Una piroga di dubbia stabilità ci porta sul fiume di un rosso surreale. 2 ore di navigazione. In un'acqua che iniziamo a conoscere come popolata da caimani, serpenti, pesci orrendi.
Ma si rimane come storditi dal caleidoscopio: cielo blu, verde a perdita d'occhio, pappagalli rosso vivo, acqua rosso sangue e nidi di farfalle (centinaia tutte insieme) gialle come il sole che si disegna da bambini o azzurre o blu. Sembra il paradiso. Ma il caldo e' infernale. Ed alcuni animali che si vedono pure (tarantole in testa....).
Tambopata, dove arrivo, è una riserva naturale nella selva, riconosciuta capitale mondiale della biodiversità: 1200 specie di farfalle, 600 insetti, 1000 uccelli differenti. Piante e chilometri di piste nella selva.
Io vivrò in una capanna. Niente luce. Niente telefono. Solo acqua fredda (piacevole, a 35 gradi umidi). Inizio a capire che non ho scelta se non accettare un ritorno ai ritmi di vita degli antenati. Capire cosa prova la gente che vive qui.
Mi guideranno Eduardo, ragazzo peruviano, Carlos, suo collega e Stuart, canadese che non si sa bene come è approdato qui e fa la guida nei sentieri della foresta. Non c'e' tempo da perdere. Indosso stivaloni di gomma e mi seppellisco di antiinsetti. Si parte.
Camminare in questo verde, scoprire da vicino miracoli archittettonici naturali, piante di 1000 anni, animali dall'ingenio nettamente superiore a svariati esseri umani.... Mi sento elettrizzata. E non importano il sudore immane, gli insetti (notare che io sono entomofoba.... e pure allergica).
Si cammina fino al tramonto.Colori che, decisamente, da noi, non esistono. Si deve tornare in fretta alle capanne, per prendere la barca. Stasera... caccia ai caimani. Vi confesso che mi repelleva l'idea. Si sale sulla piroga che si incammina lenta e cigolante in un buio pesto. Sono impressionata. Non pensavo il buoi potesse essere tanto profondo. Attorno la foresta ed un concerto di suoni impressionanti di animali, che non hanno nulla da invidiare ad una sinfonia da camera. Solo ti impressionano, perché è un silenzio che è musica. E' la voce del mondo.
E Carlos, con una piccola torcia scova i caimani. Nel silenzio senti le vibrazioni della paura, della sorpresa. ti senti il cuore in gola. E poi umido sulle guancie. Ti accorgi, che nel sentire il verso del caimano prima di gettarsi in acqua, ti sei commosso.
E ti senti in una cattedrale. Vedi sopra di te la via lattea come non esiste da nessun'altra parte al mondo. perché sei persa in Amazzonia. Sei sul fiume madre o padre di tutti i fiumi. Sei senza nessuna luce per chilometri. Sei tu. Con queste persone dal cuore grande e le emozioni a fior di pelle. Torni commossa.
E vai a dormire. Perché la mattina dopo ci si alza alle 5 e perché in un posto senza luce, dopo le 9... insomma. Si va a letto. Si segue il ritmo della terra. Con quello si ama. Con quello si odia.
Non importa che dove mangi vedi correre i topi e che uno attacca proditoriamente il tuo zaino bucandolo per sempre....
Il giorno dopo 12 chilometri di camminata nella foresta. Scoprendo altri animali, scoprendo una pianta che è un anestetizzante naturale (impressionante quello che ti fa con un solo morso in bocca....), scoprendo che un indigeno ti salva... Come detto Io sono allergica agli insetti. Mentre me ne stavo a guardare un lago con tucani, piraña ed ontarie di fiume (una famiglia di 8, una specie che si va estinguendo), un'ape mi morde la mano destra. Un dolore disumano ed i primi orrendi sintomi dell'allergia. Passa questo sconosciuto (per me, non per Stuart) autoctono. Comprende il problema. Mi dice di aspettarlo un attimo e scompare nella foresta con il suo machete.
Torna con un'erba sconosciuta.Me la mette sulla mano e io sto meglio. meglio. Bene.
Mi risiedo sul lago ad attendere le ontarie. E lui, mentre ancora non si vedono mi dice che compariranno in un minuto, e saranno sei.
Sembra un animale vecchio di secoli che fiuta l'aria. un minuto e le ontarie compaiono e sono sei.
In cambio scompare lui. Questo vecchio miracoloso saggio.
D'un tratto ricomapaiono minacciose nubi. Un minuto e ... tutta l'acqua del mondo si riversa su di noi. Per ore. Bagnati come se fossimo creature di mare.
Camminiamo e siamo come bambini. Sento che mi si lava l'anima. Chiacchieriamo e arriviamo al fiume. Impetuso, rosso, impazzito.
Gli altri toccano l'aqua piu' rossa che mai. E' calda. E... ci tuffiamo (ricordo che li ci sono anaconde, pesci orrendi e anguille). La paura svanisce, lo schifo o la pena per i miei vestiti anche.
Sto li e sento il sangue della terra che mi scorre addosso e so che è unico. che mi permette di capire la rabbia di Eduardo che mi racconta che le comunità indigene sono scomparse da qui. Che si sta inquinando anche il fiume, che stanno disboscando. Che le conoscenze di uomini come il mio salvatore, sono sempre più oggetto di negozio. Rubano le conoscenze millenarie e in cambio lasciano mercurio nel fiume.
La pioggia di oggi non sarà uno scroscio tropicale. Inizia la stagione delle pioggie. Pioverà initerrottamente per giorni. il fiume salirà di svariati metri. Le persone che stanno qui rimarranno isolate.
Si cancelleranno le piste nella terra ferma. L'acqua da sotto e da sopra si mangerà questo paradiso.
Ed io ringrazio questo diluvio. Che piova. Che si inghiotta l'Amzzonia. Che nasconda le sue ricchezze. Che questa pioggia lavi me. Lavi le mani sporche di chi ruba le conoscenze di questa gente.
Che piova e non smetta più. Che lavi l'anima, oltre che mia, di questo grande e smarrito paese. Che riempia di nuovo le vene della terra.
Che piova.
Io me ne vado.
Oggi Cuzco.
Domani... per non smentirmi, torno in acqua: rafting.
Poi di nuovo Lima. Poi sarà Italia. In America Latina ci torno ad aprile. Centro America.
Quindi chiudo qui. Con questo diluvio.
Che mi ha portato ancora più dentro il Perù, che mi ha sciolto nelle acque del suo fiume.
Che ora scorre anche nelle mie vene. E, spero, un pò... anche nelle vostre.
Un bacio.
E che piova. Davvero.
Gabriella

Nessun commento:

Posta un commento